USO DI CANNABIS IN ADOLESCENZA E SOTTOVALUTAZIONE DEI RISCHI

data di pubblicazione:

19 Maggio 2022

Sulla rivista DAL DIRE AL FARE (n°1 del 2022) si può leggere un interessante riflessione sull’uso di cannabis in adolescenza e delle possibili ragioni che possono portare i giovani consumatori a sottovalutarne i rischi. L’adolescenza rappresenta una fase della vita molto importante dal punto di vista evolutivo e l’uso di cannabis la può rendere ancora più complessa di quanto non lo sia. E’ quindi utile indagare le ragioni che stanno alla base del consumo di cannabis, che negli ultimi anni si è largamente diffuso tra i giovani. Una ragione che può essere presa in considerazione è la definizione della cannabis come sostanza “leggera”, che se contrapposta alle sostanze “pesanti”, che provocano effetti devastanti a vari livelli, può essere percepita, soprattutto tra i più giovani come “non dannosa” o “priva di rischi”. Secondo gli autori però “(…) sarebbe sbagliato attribuire la banalizzazione dei rischi esclusivamente agli adolescenti, dal momento che tale processo coinvolge in modo diretto anche i loro genitori e gli adulti in generale”.  Negli incontri tra operatori dei servizi sanitari e genitori, emerge da questi ultimi uno scarso approfondimento sulle ragioni di questi comportamenti da parte dei figli, relegandoli spesso in trasgressioni tipicamente adolescenziali, ma questo atteggiamento può essere considerato già un fattore di rischio. In questo quadro sicuramente la percezione personale del rischio assume una grande importanza rispetto ai comportamenti messi in atto, soprattutto se confrontata con altre sostanze ritenute più dannose.
Nonostante esistano conseguenze dannose al suo utilizzo “(…) danni allo sviluppo cerebrale (soprattutto in adolescenza), psicosi, malattie polmonari”, il rischio viene aggirato mettendo in atto delle “(…) tecniche di neutralizzazione o di negazione del rischio“, di cui tre risultano importanti: il capro espiatorio, la fiducia in se stessi e il confronto fra i rischi.
Un’altra ragione per cui c’è un basso riconoscimento delle conseguenze dannose dell’utilizzo di cannabis può essere dovuto anche al fatto che troppo spesso i giovani si basano esclusivamente sulle loro esperienze personali, che se valutate positivamente, non tengono conto di altre vissute e raccontate negativamente (Sallou et al 2018).
Altro aspetto da indagare, dopo quelli legati ai processi di banalizzazione e normalizzazione dovuti ad un uso diffuso da parte delle persone, riguarda l’ascesa della “cannabis medica” a livello mediatico. Il fatto che nel 2020 sia stata tolta dalla tabella IV della Convenzione Unica del 1961 (dove sono classificate le sostanze a rischio particolarmente elevato) e che ne siano state riconosciute le sue proprietà terapeutiche, ha spinto i media a raccontare in modo approssimativo e poco chiaro questo cambiamento, creando confusione sulle proprietà della sostanza e quindi anche sui diversi effetti ed utilizzi, che se non medici sono ancora considerati illegali.
Le ragioni del consumo di cannabis precedentemente affrontate sono solo una parte di una questione più complessa, che si collega al fatto che la sostanza può essere vista come un “rimedio” per superare certe difficoltà tipiche dell’età evolutiva, cercando in questo modo di aggirare o evitare stati d’animo e sentimenti ritenute negativi o troppo dolorosi da affrontare. A questo punto la domanda è: come possono fare i servizi di salute pubblica ad affrontare questa problematica se spesso sono gli stessi giovani consumatori che non si riconoscono problematici e vedono i Ser.D. solo come luoghi destinati ai tossicodipendenti? Una risposta potrebbe essere quella di tenere, da parte degli operatori, un “(…) approccio empatico, volto alla costruzione di un’alleanza, così da far sentire i giovani primariamente accolti e non giudicati, evitando di avvalorare la loro teoria secondo cui non potrebbero essere capiti da degli adulti che non hanno sperimentato l’uso della sostanza”. Inoltre se l’approccio “fermati a pensare” fosse troppo faticoso rispetto alle ragioni che lo hanno portato al servizio, potrebbe essere utile utilizzare altri strumenti, quali attività educative o laboratoriali, che “(…) tramite un approccio pratico, mettano i ragazzi in grado di riconoscere le proprie fragilità e li aiutino a sviluppare abilità e life skill utili nel trovare soluzioni adattive per i loro compiti evolutivi”. La sfida dei servizi è quella di aprire un confronto con genitori e figli finalizzato ad acquisire conoscenze e abilità “(…) nell’ottica di un positivo adattamento psicosociale”, e di avere un approccio quanto più possibile multidisciplinare e multiprofessionale che meglio possa comprendere e sostenere le tappe evolutive degli adolescenti.

DAL Fare al DIRE. Rivista italiana di informazione e confronto sulle patologie da dipendenza. A cura degli operatori dei servizi.
Numero 1/ 2022
Disponibile presso il CESDA

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