VIRUS COVID-19 E AIDS A CONFRONTO

data di pubblicazione:

23 Novembre 2020

Il virus del Covid muta 100 volte meno di quello dell’Aids.
Ad affermarlo è la direttrice del laboratorio di Virologia dello Spallanzani, tra i primi a isolare il Sars-Cov-2: “Ha un genoma molto più stabile dell’Hiv, più facile combatterlo”.
Proprio come l’HIV, anche Sars-Cov-2, il virus della pandemia muta: cambia non solo da individuo a individuo ma anche nello stesso paziente. La buona notizia è che lo fa in misura molto minore rispetto al virus che causa l’AIDS. Ciò significa che ha un genoma più stabile ed è più facile sviluppare vaccini efficaci.

“Sars-Cov-2, come tutti i virus a RNA, ha un enzima di replicazione fallace e non preciso – spiega Capobianchi – Il virus quindi ha una variabilità che nell’organismo genera una ‘quasi-specie’, uno sciame di virus quasi uguali ma che presentano piccole variazioni fra loro. Potrebbe essere un meccanismo di evoluzione e di adattamento alle diverse sedi anatomiche dove il virus si replica. Lo abbiamo visto sia nel polmone sia nelle prime vie aeree respiratorie”. Proprio il laboratorio dello Spallanzani è stato tra i primi al mondo a seguire questo approccio di ricerca, dimostrando le ‘quasi-specie’ anche nei virus HIV, dell’epatite e influenza.

“Su circa 10 pazienti Covid-19 abbiamo evidenziato la presenza di quasi-specie virale. In qualche caso la quasi-specie è più variabile e in altri meno, ma la variabilità genetica del SARS-CoV-2 è da 10 a 100 volte inferiore a quella riscontrata nel virus HIV e non avrà risvolti di rilievo sullo sviluppo di vaccini efficaci, perché il virus non è così “sfuggente” da eludere facilmente la risposta immunitaria protettiva come avviene per l’HIV. Ad oggi, inoltre non ci sono evidenze che questa variabilità all’interno di un singolo paziente sia legata a una situazione di maggiore gravità. Gli studi futuri potranno sicuramente aiutare a far chiarezza su questo aspetto”.

“Quella svolta dallo Spallanzani è una ricerca che pone l’Italia all’avanguardia nella lotta alle malattie infettive” – afferma Gianni Profita, Rettore UniCamillus – “La situazione che stiamo vivendo, oggi più che mai, richiede sforzi comuni e condivisione degli obiettivi, nella ricerca coraggiosa di terapie e vaccini e di una risposta efficace alla pandemia. Una società solida, equilibrata e capace di reagire a eventi inattesi si fonda anche sulla conoscenza e competenza che scaturiscono dalla collaborazione tra università e istituzioni e sulla riscoperta della scienza come bene comune”.

La pandemia di Covid-19 ha sottolineato – secondo Capobianchi – anche una nuova visione della scienza “E’ il concetto di “One Health-One World” che vuol dire che l’essere umano è un elemento di un sistema in cui a definire una situazione planetaria concorrono animali, microrganismi, ambiente e fattori sociali. Nel 14esimo secolo l’avanzata dell’epidemia di peste nera ha impiegato 10 anni per raggiungere l’Europa, facendo un numero di vittime molto elevato: circa 20/25 milioni – aggiunge Capobianchi – Oggi nel giro di poche settimane la nuova epidemia nata in Cina ha fatto il giro del mondo e ha raggiunto dimensioni planetarie.
La pandemia ha dimostrato – conclude l’esperta – che le frontiere in sanità non esistono e ha sottolineato l’importanza di una formazione universitaria proiettata a creare professionalità in grado di affrontare epidemie ed emergenze sanitarie in tutto il mondo: ed è proprio questa la visione seguita da UniCamillus in tutto i suoi percorsi di studio”.

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