PANDEMIA, CONSUMI DI SOSTANZE E SISTEMI DI CURA

data di pubblicazione:

16 Ottobre 2020

Anna Paola Lacatena, sociologa del Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA e coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e legalità” per la SITD, in un interessante articolo riflette su alcuni contraddizioni messe a nudo durante il lockdown. Vari studi e indagini recenti attestano che la produzione e la commercializzazione di sostanze illegali sono continuate durante la pandemia Covid-19 senza perturbazioni significative, mentre il numero di accessi ai servizi di cura è sceso in maniera significativa, in Italia e in altri paesi europei. Lacatena si domanda come possono, i sistemi di cura per le dipendenze da sostanze, e in particolare i Ser.D, intercettare vecchi e nuovi bisogni, adattando i modelli e le strutture organizzative alle attuali esigenze. “Molti consumatori di sostanze psicotrope illegali (consumatori ricreativi e problematici, non dipendenti patologici) nel corso del confinamento hanno dato prova di capacità di adattamento, flessibilità, fronteggiamento, controllo. Dalla regolazione all’astensione totale, darwinianamente la specie che meglio ha superato il momento di crisi è stata quella più disposta all’adattamento – narcotraffico compreso.
L’impossibilità di uscire e permanere fuori dagli ambienti domestici, la condivisione degli spazi con la famiglia, l’assenza di quegli elementi “utili” al rito del consumodrug, set e setting per dirla alla Zinberg- la possibilità in alcuni casi di beneficiare di servizi online (della cura ma più ancora dell’approvvigionamento di sostanze) hanno determinato vere e proprie strategie individuali di regolazione e coping, con peculiarità legate alle classi d’età, alla differenza di genere, alle possibilità e capacità del singolo consumatore comunque privato del supporto degli specialisti vis a vis e del gruppo (…) Gradualmente dalla metà del mese di maggio 2020 i Ser.D. e le Comunità Terapeutiche sono tornati ad aprirsi ai pazienti, con tutte le accortezze imposte dalla circolazione del Coronavirus, dopo settimane di oblio o di contraddittorie indicazioni da parte dei decisori politici.
I pazienti sono tornati ad affacciarsi timidamente così come le persone che mai prima avevano fatto ricorso all’offerta di cura del pubblico e del privato sociale

(…) L’emergenza Coronavirus ha inciso sul consumo e sulla diffusione delle sostanze psicotrope, sui consumatori, sui Servizi deputati alla cura, per alcuni aspetti introducendo elementi nuovi, per altri consolidando i cambiamenti già in atto. Se i Ser.D. sono da sempre Servizi territoriali gratuiti, ad accesso diretto con garanzia di anonimato su richiesta di chi afferisce allo stesso, alcune di queste specifiche prerogative sono state messe a dura prova da marzo 2020 con la necessità di ingressi contingentati, triaggiati, per appuntamento. Una certa, per molti aspetti inevitabile, farragginosità imposta dalle norme da seguire per evitare la diffusione del virus hanno rallentato la disponibilità all’accoglienza e la lettura della domanda d’aiuto così come l’operatività dei Ser.D. e delle Comunità Terapeutiche a fronte di un mercato in cui i competitors, solerzia e business plan alla mano, si sono immediatamente adattati con la scelta di modalità di trasporto e di approvvigionamento nuove (rotte alternative, nascondimenti tra le merci la cui circolazione non si è mai interrotta, Internet, consegne a domicilio utilizzando corrieri il più delle volte inconsapevoli, ecc.).
L’offerta di cura- compresa quella del Privato sociale- ha subito delle riduzioni legate ad alcune modalità impraticabili durante il periodo più duro del confinamento e a tutt’oggi.
L’immissione sul mercato di ingenti quantitativi di cocaina e di droghe sintetiche (soprattutto cannabis) ha contribuito a definire un consumatore refrattario a rivolgersi ai Servizi da sempre visti come i centri di cura soprattutto per gli eroinomani. La più difficoltosa accessibilità ha probabilmente accentuato questa ritrosia.
Il consumatore di cocaina si ostina a pensarsi un vincente. In realtà è forse il perdente per eccellenza della società dei consumi con l’incapacità/volontà coltivata quotidianamente anche grazie alla sostanza, di evitare di arrivare ad essere autenticamente sé stesso e di incontrare in maniera profonda e diretta l’Altro.
Nel continuo rinnovarsi del vorrei ma non posso, il vinto che si crede invincibile cristallizza l’incomunicabilità consegnando l’umano bisogno dell’incontro al narcisismo rabbioso.
Per non diventare il Servizio dove approvvigionarsi di metadone da rivendere per strada, spesso proprio ai consumatori di cocaina, sarebbe opportuno fare conoscere di più i Servizi senza quelle ambiguità dicotomiche (Ser.D. o Comunità Terapeutica) in cui si corre il rischio di cadere prede di realtà che sfruttano a proprio vantaggio economico le difficoltà di tante persone e delle loro famiglie.
La maggior parte delle persone ancora oggi non sa di cosa si occupa un Ser.D., come è fatto, cosa può offrire, quali sono gli strumenti/risorse a disposizione, dove si trova.
Da addetti ai lavori ci chiediamo spesso cosa fare, provando a immaginare soluzioni nuove, percorsi inusitati. Professionalmente ci biasimiamo contriti perché non riusciamo nonostante i protocolli e le linee guida (dove presenti) a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, senza neppure immaginare che l’oggi è per sempre è la negazione stessa del lavoro della care.
Se i Ser.D. conoscessero finalmente la stagione della legittima visibilità nel sistema della cura, se gli venisse riconosciuto con un pur modesto sforzo di realismo l’enorme bagaglio conoscitivo ed esperienziale accumulato a partire dagli anni ’80, se i dibattiti televisivi e della carta stampata spiegassero che esistono luoghi specialistici di cura pubblici, territoriali, ad accesso diretto, gratuiti, se gli stessi Ser.D. fossero messi nelle condizioni di funzionare al meglio disponendo di maggiori strumenti/risorse, sarebbe già un importante colpo inflitto a chi nelle fasi di emergenza e dalle emergenze è in grado di trarre illeciti benefici economici.

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