DIPENDENZE COMPORTAMENTALI: DE-MEDICALIZZARE IL CONCETTO DI DIPENDENZA?

data di pubblicazione:

22 Ottobre 2018

Sul sito di Federserd è disponibile l’intervento di Maurizio Fea,  medico psichiatra e dirigente di FeDerSerD, pronunciato in occasione del Convegno Regionale Trentino Alto Adige della Federazione,  “Le dipendenze comportamentali nell’era dei new media”, tenutosi il 5 ottobre. La riflessione di Fea appare piuttosto interessante, in quanto espone e problematizza alcuni presupposti e alcune questioni centrali del dibattito sulle dipendenze comportamentali. Per spiegare in modo accessibile i motivi dell’ampliamento del numero di patologie considerate “dipendenze comportamentali”, Fea ritorna più volte con un’analogia: la scoperta dei batteri. “Dunque i batteri hanno natura biologica mentre i comportamenti si servono delle caratteristiche biologiche degli agenti che li esprimono ma non hanno natura biologica propria, sono funzioni, espressioni di apparati più o meno complessi che hanno sviluppato, tra le diverse modalità di segnalare la propria presenza nel mondo, dei fenomeni manifesti che si possono osservare, a condizione che si sia dotati dei sensori adatti per poterli conoscere. Esistevano le dipendenze comportamentali prima che qualcuno le denominasse? La prima definizione risale al 1990, quando lo psichiatra Isaac Mark pubblicò un editoriale sul British Journal of Addiction (1990, 85: 1389-1394). Da allora le definizioni di dipendenze comportamentali sono state perfezionate nei presupposti, modificate concettualmente, ampliate di nuove categorie, arricchite di criteri diagnostici e sono diventate un capitolo rilevante e discusso dei manuali di psichiatria, pur non essendo state incluse come categoria specifica nel DSM V e nell’ICDC 10. Nel 2013, un importante passo verso il riconoscimento delle dipendenze comportamentali come diagnosi psichiatrica è stato fatto quando il “gioco d’azzardo patologico”, ribattezzato “disturbo da gioco d’azzardo”, è stato allineato con altri comportamenti di dipendenza nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) della American Psychiatric Association (APA, 2013). Fondamentalmente, questo cambiamento nella classificazione del disturbo del gioco d’azzardo è stato favorito da un accumulo di dati che supportano le somiglianze con le dipendenze da sostanze. Così come il numero ed il tipo di batteri è andato crescendo enormemente in ragione delle migliori capacità di riconoscimento, anche le dipendenze comportamentali stanno aumentando. Il 18 luglio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato l’undicesima revisione della classificazione internazionale delle malattie (International Classification of Disease – ICD-11). Come già preannunciato, in questa nuova classificazione l’OMS ha incluso il “gaming disorder”, il disturbo da gioco, tra le dipendenze comportamentali.
I principi alla base della creazione di nuove diagnosi di dipendenze comportamentali sono spesso piuttosto semplici e per lo più seguono un approccio ateoretico e confermativo. I criteri considerati fondamentali per le addiction comportamentali, sulla base dei modelli proposti da Griffiths e altri per la dipendenza da gioco d’azzardo, sono: conflitto, salienza comportamentale, astinenza, ricaduta. Recentemente altri autori (Kardefelt-Winther & Billieux 2017) hanno proposto criteri più limitati e stringenti per definire le dipendenze comportamentali che si concentrano solo su due componenti: (a) significativa compromissione funzionale o angoscia come diretta conseguenza del comportamento e (b) persistenza nel tempo. Se ulteriori studi sulle dipendenze comportamentali continueranno a trovare omologie fenomenologiche e biologiche con le dipendenze da sostanze, la conclusione corretta potrebbe non essere quella di medicalizzare i comportamenti di dipendenza, ma piuttosto de-medicalizzare il concetto di dipendenze nel suo complesso”.

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