"FREE TO LIVE WELL WITH HIV IN PRISON"

data di pubblicazione:

2 Ottobre 2017

Free to live well with Hiv in PrisonIl progetto “Free to live well with Hiv in Prison“, ha indagato il livello di conoscenza dell’Hiv nelle carceri italiane, per identificare criticità e possibili strategie di intervento.
Nelle carceri italiane l’Hiv non fa più paura. Ma per i motivi sbagliati: lo stigma nei confronti dei malati è diminuito, ma (almeno in parte) è perché ci si pensa sempre meno. Il virus e le sue reali modalità di trasmissione infatti sono ancora poco conosciuti, sia dai detenuti che dal personale carcerario. A fotografare la situazione è “Free to live well with Hiv in Prison”, una ricerca condotta dall’Università Cà Foscari in collaborazione con la Simpse (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria) e l’associazione Nps Italia Onlus, la prima ad aver indagato la situazione non solo negli istituti penitenziari tradizionali, ma anche nelle strutture minorili. I risultati, presentati oggi a Venezia, svelano criticità e false paure ancora troppo presenti, e aiutano a tracciare le linee di intervento per contrastare al meglio l’infezione.

Cala lo stigma. La ricerca ha raggiunto oltre mille persone e 10 carceri sparsi su tutta la penisola. Coinvolgendo, per la prima volta all’interno di un’indagine sistematica, una struttura penale per minorenni. Il progetto ha previsto una prima fase di raccolta dati, su cui tarare in seguito specifici interventi di formazione per detenuti ma anche per il personale carcerario. E dalla disamina iniziale sono emersi diversi elementi interessanti. Innanzitutto, ed è una notizia positiva, un minore stigma nei confronti dei malati. “Nel complesso il pregiudizio sociale verso la malattia sta calando”, racconta Alessandro Battistella, docente della Cà Foscari che insieme al collega Fabio Perocco ha partecipato alla ricerca. “Oggi i detenuti sono meno preoccupati che si venga a conoscere una eventuale sieropositività, e al contempo circa un quinto considera giusto non conoscere la potenziale sieropositività del compagno di cella”. Una percentuale ancora contenuta – chiarisce l’esperto – ma anche un bel passo in avanti rispetto al passato, quando quasi il 100% dei detenuti riteneva inaccettabile la possibilità di condividere la propria cella con un sieropositivo. Accanto ai progressi, però, sono emerse anche le criticità: in particolare, una forte ignoranza delle reali modalità di trasmissione del virus.

Falsi miti. I detenuti sottovalutano infatti i fattori di rischio reali, e sopravvalutano quelli inesistenti. “Circa il 60% dei partecipanti alla ricerca ha ammesso di ritenere possibile il contagio attraverso lo scambio di saliva – continua Battistella – e in molti credono ancora che il virus possa essere contratto condividendo gli spazi o i sanitari con un sieropositivo“.

Quasi nessuno invece presta attenzione a comportamenti a rischio estremamente comuni in carcere, come lo scambio di spazzolini da denti e di rasoi, o anche l’utilizzo del rasoi per capelli del barbiere, che in caso di lame vecchie e rovinate può rappresentare un vettore di trasmissione. E ancor più grave forse, praticamente nessuno, anche tra il personale carcerario, sembra rendersi conto che la partecipazione a una rissa è un evento a rischio, e in caso di spargimento di sangue le possibilità di contagio sono estremamente reali.

Peer educator. “Quel che è emerso dalle nostre sedute di formazione è un forte interesse a capire di più la malattia – sottolinea Battistella – in particolare tra il personale di polizia penitenziaria che vive a stretto contatto con la popolazione carceraria, e anche tra i detenuti dei carceri minorili”. Proprio per venire in contro a questo desiderio di conoscenza uno degli interventi previsti dal progetto è stata la formazione di peer educator: detenuti che attraverso un percorso di formazione imparano a insegnare ai propri “pari”, gli altri detenuti, come affrontare correttamente il virus: dalla prevenzione, ai test, al giusto atteggiamento per evitare lo stigma e l’isolamento dei malati.

Durante il progetto inoltre sono stati forniti gratuitamente i test rapidi, che permettono di evidenziare la presenza del virus in soli 15 minuti. Una nuova possibilità che si è rivelata particolarmente gradita al personale del carcere, perché permette di avere una risposta quasi istantanea e direttamente all’interno delle strutture.

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