UNGASS 2016: LA DISCUSSIONE SULLA CANNABIS, LE POSIZIONI IN CAMPO

data di pubblicazione:

2 Maggio 2016

images.duckduckgo.comGrazia Zuffa, in un breve reportage da New York, dove si è da poco concluso l’atteso appuntamento di UNGASS 2016, la conferenza globale organizzata in sede ONU per discutere di politiche sulle droghe, si sofferma sull’andamento del dibattito, svoltosi il 20 aprile, sulle politiche pubbliche della cannabis. Dopo avere ricapitolato i passaggi storici e giuridici che hanno determinato la classificazione della cannabis in tabella I e tabella IV delle sostanze proibite delle Convenzioni internazionali, Zuffa affronta i principali nodi del dibattito. Nonostante la proibizione esistente sulla cannabis a livello di norme internazionali, è  noto che alcuni paesi, a partire dall’Olanda negli anni ’70, hanno progressivamente introdotto leggi che hanno di fatto permesso l’avvio di sperimentazione di politiche più soft sulla cannabis. Oltre al modello olandese dei coffee shop, negli ultimi anni si sono aggiunte interessanti modelli di riduzione del danno o di depenalizzazione dell’uso di marijuana, come il modello dei Cannabis social club spagnoli. Il cambiamento più radicale, però, sembra avvenuto solo negli ultimi anni, a partire dall’approvazione in alcuni rilevanti Stati americani di leggi che permettono la legalizzazione della cannabis, e anche del caso uruguaino, che nel 2013 ha di fatto posto sotto controllo statale la produzione, coltivazione, distribuzione della cannabis. Zuffa si sofferma sulle opzioni politiche di superamento del proibizionismo sulla cannabis discusse nell’incontro di UNGASS 2016 e che in generale rappresentano le possibili modalità per affermare alternative al proibizionismo.

Le considerazioni svolte da Zuffa sono di notevole interesse e si presentano abbastanza complesse, e perciò, rimandando all’articolo integrale per una loro piena comprensione, si preferisce qui di seguito riportare due sue annotazioni finali: “Come si è visto a New York, c’è una divaricazione politica sempre più profonda fra la pattuglia di paesi tough on drugs e quella dei paesi riformatori, e il punto di maggiore divaricazione riguarda la questione cannabis. Gli estensori del paper colgono nel segno quando denunciano che la “flessibilità” delle Convenzioni può essere un’arma pericolosa nelle mani dei tough on drugs, che possono avere ancora più mano libera nella repressione (vedi sopra). Questa obiezione, squisitamente politica, non decadrebbe qualora si procedesse a una riforma delle Convenzioni valida solo per un gruppo di stati riformatori. Anzi, gli emendamenti alle Convenzioni validi solo per alcuni paesi e rifiutati da altri non farebbero che “irrigidire” simbolicamente il divario.

Quale può essere l’effetto sul controllo delle altre sostanze dell’uscita della sola cannabis dalle Convenzioni? Non si tratterebbe più di scelte di politiche più avanzate per la cannabis, ma di vere e proprie differenze normative di regime. Come evitare il rischio di enfatizzare il fattore farmacologico delle sostanze (mite per la cannabis, pesante per le altre), a scapito degli altri fattori di set e setting, altrettanto importanti per spiegare i meccanismi di controllo/diminuito controllo, di maggiore/minore rischio nel consumo?”

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