LA DOPPIA DIAGNOSI (DD): QUESTIONI APERTE?

data di pubblicazione:

12 Luglio 2013

logo dal dire al fareL’autore, psichiatra e componente della redazione della rivista, si interroga criticamente sul concetto di “doppia diagnosi” (DD), anticipando alcune questioni e problemi che saranno al centro del prossimo numero monografico della rivista.

Invece di proporre una rassegna bibliografica o di discutere precise esperienza di ricerca, Bignamini sceglie di porre all’attenzione una serie di domande e di spunti metodologici, organizzativi e clinici. Un primo piano d’analisi concerne gli aspetti teorici e diagnostici della DD: l’autore ritiene riduttiva e poco chiara la definizione di DD proposta dal DSM, che propende per “una eccessiva semplificazione psicopatologica della dipendenza” e che risulta poco utile ai fini della diagnosi e del trattamento della DD. Infatti, “La visione della patologia da dipendenza come un disturbo psichiatrico e senza integrazioni sul piano biopsicosociale, che è sottesa al discorso della DD, è un riduzionismo, una finzione semplificativa che diventa equivoco, una nuvola che diventa cavallo.” (p. 35) Viene così posta in questione l’interpretazione dominante della dipendenza come disturbo psichiatrico, che si oppone alla visione sintomatologia della dipendenza.

Sul piano clinico-terapeutico, il paradigma riduttivista non sembra in grado di orientare concretamente né la terapia del soggetto con DD, né l’individuazione di modelli terapeutici coerenti e validi tanto per i servizi psichiatrici che per quelli delle dipendenze. Infatti, argomenta Bignamini, è troppo estesa la differenza culturale, teorica e organizzativa fra i due servizi perché il modello riduzionista della DD possa funzionare in modo adeguato nei servizi per le dipendenze.

Infine, sul piano clinico-organizzativo, vengono evidenziati gli aspetti clinico-organizzativi nel trattamento della DD. In particolare, l’autore pone in dubbio la fattibilità del trattamento integrato (che postula l’esistenza di due condizioni patologiche distinte e la necessità di uno stesso orientamento culturale fra servizi), considerandolo in contraddizione con l’orientamento prevalente dei servizi in Italia e con le competenze professionali esistenti. Bignamini conclude l’articolo ponendo delle interessanti domande aperte: “Anche qui la domanda ritorna: il paradigma della DD aiuta davvero a gestire meglio pazienti complessi? Consente di tenere conto e di valorizzare le specificità dei Servizi e degli Operatori, favorendone l’integrazione? In definitiva, pensare in quel modo, oltre a essere una petizione di principio derivante da una specifica posizione culturale, che vantaggi può dare?.” (p. 38)

Emanuele Bignamini
La doppia diagnosi (DD): questioni aperte?
Dal dire al fare, n. 1, 2013, pp. 32-38
Disponibile c/o Cesda

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