LA SALUTE MENTALE NELLE CARCERI: SERVE PIU' TUTELA E ATTENZIONE

data di pubblicazione:

13 Aprile 2021

Secondo l’ass. Antigone la crisi pandemica avrebbe aggravato, negli istituti penitenziari, lo stato di salute mentale di molti detenuti. Le restrizioni dovute al Covid-19 avrebbero infatti reso più acuta la condizione di isolamento e di solitudine dei detenuti. Secondo i dati parziali ricavati dalle visite nelle carceri dell’associazione nel corso del 2020, quasi 4 detenuti su 10 presenterebbero problemi di tipo psichiatrico. Nel 2020 i suicidi negli istituti penitenziari italiani hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi vent’anni: 61. Chiaramente, non tutte queste situazioni di sofferenza dipendono dalle condizioni detentive, ma sono precedenti; in ogni caso, quando i disturbi di salute mentale si presentano in carcere, mancano o sono molto carenti gli interventi di sostegno specialistico. In genere, la risposta a questo tipo di problemi è di tipo esclusivamente farmacologico.

Più in dettaglio, secondo un articolo pubblicato sull’Huffington Post: “Il 2020, anno della pandemia, per le carceri ha significato isolamento ulteriore. Colloqui in presenza bloccati, meno scuola, attività educative quasi azzerate. E, di riflesso, meno visite da parte delle associazioni. Anche per questo i dati sono parziali. Eppure utili ad inquadrare le dimensioni del fenomeno: “Nell’anno appena passato abbiamo visitato 44 istituti e abbiamo rilevato che il 36,81% dei detenuti è sottoposto a una cura psichiatrica”, ci spiega Michele Miravalle di Antigone. Quattro persone su dieci, quasi. La situazione varia da istituto a istituto: si va dal 92,23% della casa circondariale di Bari al 5,71% di Poggioreale, a Napoli. Ci sono casi in cui la patologia era presente anche prima della detenzione e nella reclusione si aggrava. E casi in cui è il carcere che fa ammalare. “La situazione è grave e delicata – racconta ancora Irene Testa – a Cagliari, ad esempio, la percentuale è altissima. Nelle mie visite ho visto tante persone, soprattutto ragazzi, spaesati, sedati, avvinghiati alle sbarre della cella”. Il panorama è desolante e, per quanto nelle percentuali prima citate siano inclusi sia problemi molto lievi che patologie gravi, gli esperti del settore avvertono la necessità di cambiare le cose. E di studiare percorsi che vadano oltre il carcere, almeno per una parte di queste persone. (…) “La pandemia ha complicato le cose – continua Miravalle – data la difficoltà nel far entrare gli educatori in carcere”. Ma, Covid a parte, mancano i medici: “Abbiamo calcolato che, in media, nelle carceri italiane lo psichiatra è presente 8.97 ore a settimana ogni 100 detenuti”. Un tempo chiaramente insufficiente per andare oltre la semplice prescrizione di farmaci. “Non c’è dubbio che ci sia carenza di specialisti – gli fa eco il dottor Zanalda – si fa spesso fatica a trovare gli psichiatri, in carcere ancor di più”. Gli psicologi trascorrono un po’ di tempo in più nei penitenziari: 16.56 ore ogni 100 reclusi. Ma comunque non basta. Soprattutto negli istituti dove i detenuti che hanno bisogno di questo tipo di assistenza sono tanti. Il rischio che – anche nei penitenziari dove l’attenzione a queste problematiche è alta – siano abbandonati a loro stessi è elevato. Eppure le soluzioni ci sono. (…) C’è chi pensa che la soluzione per far uscire dalle carceri le persone con malattie psichiatriche sia trasferirle nelle Rems. Ma la funzione di queste strutture, secondo Miravalle, è un’altra. Quella di un posto che può aiutare i rei non imputabili a essere riammessi alla società. E in molti casi succede: “Per ogni paziente in Rems ce ne sono sette in comunità”. Significa che si può fare: che chi ha commesso un reato e non è capace di intendere e di volere può essere aiutato a ricominciare una vita. C’è, però, ancora un dato: non tutte le persone che avrebbero bisogno della Rems riescono ad accedervi. In carcere ci sono infatti molti detenuti che non sono imputabili e che quindi in cella non ci potrebbero stare. Secondo i dati disponibili sono circa 700. Una percentuale piccola rispetto al totale dei detenuti con problemi psichiatrici. Ma enorme, se pensiamo che la strada per queste persone dovrebbe essere tutt’altra.”

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