AUMENTO DEL DISAGIO PSICHICO GIOVANILE: DISTINGUERE FRA ELEMENTI STRUTTURALI ED ELEMENTI CONTINGENTI

Un interessante approfondimento pubblicato su Il Quotidiano della Sanità fa il punto su una questione piuttosto discussa nelle ultime settimane: l’aumento di sofferenze e di disagio, anche psichico, vissuto dai giovani durante e in conseguenza della pandemia, della scuola a distanza e delle altre misure di restrizione impattanti sulla loro vita sociale. Angelo Fioritti, Presidente del Collegio Nazionale dei Dipartimenti di Salute Mentale, affronta il tema del malessere giovanile provando a distingere fra tendenze di lungo periodo ed effetti più o meno diretti della pandemia, diffenziando inoltre la pandemia in due fasi. Ad esempio, rispetto al dato centrale dell’aumento di accessi e di richieste di aiuto ai servizi di salute mentale da parte dei giovani, Fioritti sottolinea come ciò sia in atto da diversi anni e sia quindi, almeno in parte, indipendente dal Covid-19: “Indipendentemente dai determinanti sociali, culturali ed economici che hanno portato a questa situazione, è chiaro che siamo di fronte ad una crisi che ha elementi strutturali che vengono da lontano ed elementi contingenti dovuti alla pandemia. E’ bene dire che sui secondi per il momento non abbiamo una grande mole di dati, ma si stanno raccogliendo segnalazioni consistenti e coerenti da più parti d’Italia. Sappiamo che in fondo la epidemiologia in questi campi arriva sempre a spiegare fenomeni che si sono evidenziati molto tempo prima e talvolta si sono già risolti a prescindere dal suo apporto. Nel caso specifico sembra che la prima ondata non abbia prodotto guai ulteriori, rispetto alla situazione pur drammatica di partenza. (…) Diverso è ciò che si sta osservando da Ottobre ad oggi, con fenomeni che è ancora difficile inquadrare in una epidemiologia strutturata, ma che si presentano in modo abbastanza coerente in tutta Italia e che devono destare molta attenzione. Gli aspetti emergenti riguardano soprattutto:
1 – l’aumento delle richieste di aiuto in tutte le età infanto-giovanili,
2 – la trasversalità a condizioni di disabilità fisiche e intellettive, di psicopatologia della infanzia e della adolescenza e di neuropsicologia dell’apprendimento,
3 – il maggiore ricorso a interventi di Pronto Soccorso e di ricovero per problemi psicopatologici o comportamentali, in particolare questo aumento appare legato ad età precoci, dai 10 ai 12 anni
4 – maggiori richieste di collaborazioni da parte del sistema della scuola e dei servizi sociali degli Enti Locali.

I cambiamenti sociali e culturali indotti dalla pandemia stanno generando impatti clinici in molti modi diversi. Per i bambini ed i giovani con disabilità neuromotorie e sensoriali si verificano fenomeni di regressione rispetto alle abilità acquisite, nonostante gli sforzi delle famiglie e dei sanitari di compensare l’effetto delle attività sociali e riabilitative interrotte o ridotte. Per i bambini con Disturbi dell’apprendimento ugualmente si assiste ad una regressione rispetto ai livelli raggiunti e ad una divaricazione dei livelli di performance accademica tra alunni digitalizzati e con risorse adeguate ed alunni svantaggiati sotto vari profili, incluso quello linguistico-culturale. Sono evidenti le implicazioni in termini di salute mentale che ciò potrà avere se dovesse persistere ed aggravarsi questa disuguaglianza. Inoltre dal punto di vista psicopatologico troviamo sindromi ansiose nei più piccoli (8-12 anni) espresse soprattutto attraverso la sfera somatica (mal di pancia, mal di testa, aumento o perdita di peso, incubi, enuresi) e sindromi psichiatriche e comportamentali complesse negli adolescenti (ritiro domestico tipo “hikikomori”, autolesionismo, accentuazione di sintomi ossessivi, aggravamento dei disturbi del comportamento alimentare, disturbi del pensiero).

Da una prima raccolta non standardizzata dei dati dei servizi regionali della Emiia-Romagna risulta che nel periodo Novembre 2020 – Febbraio 2021, rispetto all’omologo periodo 2019-2020 si sia registrato un aumento delle richieste territoriali di circa il 30% per tutte le suddette condizioni cliniche. Il tutto in un sistema che aveva visto crescere la domanda del 50% nei 10 anni precedenti, lavorando in pratica ad isorisorse.”

In definitiva, se appare già ora evidente che la popolazione giovanile italiana ha subito gravi danni in relazione alla pandemia, in termini di salute fisica e mentale, appare opportuno fare attenzione a non generalizzare quanto esposto, patologizzando oltre misura la condizione dei giovani. Come sostiene Fioritti, va maneggiata con cura la tendenza a vittimizzare in blocco la popolazione giovanile: “Da un lato si sono colpevolizzati i giovani per i loro comportamenti non sempre attenti alle misure di prevenzione della diffusione del contagio, dall’altro li si è dipinti come vittime delle stesse misure, arrivando a coniare definizioni come “generazione COVID”, che implicitamente normalizzerebbe l’aspettativa di un presente ed un futuro clinico per molti di loro.”

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