LA SCARSA VISIBILITA' SOCIALE DEI SERVIZI PER LE DIPENDENZE

data di pubblicazione:

7 Marzo 2021

Roberto Gatti, medico psichiatra e responsabile del Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL città di Milano, interviene sul proprio blog con una riflessione sulla scarsa visibilità sociale e comunicativa dei servizi per le dipendenze. Da quali fattori dipende la bassa attrattiva dei servizi di cura sui media? Per Gatti, si tratta essenzialmente dell’intreccio di tre ragioni: il fatto che il sistema pubblico di cura sia nato sotto il segno della guerra alla droga, di un paradigma dell’emergenza; la difficoltà di fare prevenzione e dispensare cure in questo campo; la difficoltà, per i professionisti di questo settore, di trovare un posizionamento “solido” sul piano scientifico e metodologico. Da questo complesso di fattori deriverebbe la poca attenzione riservata dal sistema dei media rispetto alla questione delle sostanze legali e illegali, ai suoi professionisti, alle sue strutture. Scrive Gatti: “In realtà qualche comunicazione sociale viene fatta, soprattutto quando rappresenta accordi tra Enti diversi, dove l’azione repressiva e quella preventiva assumono significati simili, unificati nel vocabolo “contrasto”. Ma i richiami alla salute sono flebili, mentre le descrizioni parlano di emarginazione, di microcriminalità e di malattia. Insomma, cose da cui la “gente comune”, compresa quella che usa sostanze di vario genere, vuole stare ben distante, nei limiti del possibile. Questo perché la “gente comune” non considera più l’uso di sostanze una emergenza, se non si collega a disturbo della quiete pubblica, del decoro urbano o della sicurezza.

Mentre chi comunica percorre le strade di sempre: se le droghe sono quelle illecite lo spaccio è la causa del problema e non la conseguenza di una consistente domanda trasversale di droghe che solo in parte ridotta ha a che fare con la devianza, le controculture, lo sballo e con quel disagio che da sempre, chissà perché, viene attribuito ai giovani e non ad altri.

Insomma un bel cortocircuito: “non parlano più di noi” ma, quando ne parlano o parlano degli argomenti che ci riguardano … sarebbe anche meglio di no. Oppure si accetta di seguire la corrente e si partecipa, cercando di lanciare qualche messaggio positivo nel mare di una comunicazione frettolosa e, spesso, distorta dalla necessità di creare una notizia, anche quando non c’è.”

Se una (difficile) alternativa c’è, per Gatti si tratta di avviare, da parte dei professionisti del sistema di cura delle dipendenze,  in modo anche autonomo, una diversa strategia di narrazione di sé e del sistema delle dipendenze: “Eppure una strada alternativa ci sarebbe. Non è facile, infatti veramente in pochi l’hanno percorsa, trattenuti forse da quelli che citavo come “modelli obsoleti di funzionamento e di governo strategico del settore” che hanno impedito di capire che anche la comunicazione è cambiata e che, in certi ambiti, è molto più potente ed efficace la comunicazione diretta che attraversa la Rete ed i Social, di qualunque Servizio giornalistico. Insomma, la domanda potrebbe essere non tanto “Perché non parlano (di più) di noi?” quanto “Perché non parliamo di noi e del nostro lavoro, raccontandoci?” Si tratta di attrezzarsi per affrontare un confronto che oggi ha infinite vie per poter essere sviluppato in modo efficace e diretto, attraverso mezzi che sono potenti e tutt’altro che virtuali. Si tratta di raccontarsi e raccontare metodologie, percorsi operativi, speranze delusioni e successi che hanno a che fare con un ambito, ai più sconosciuto, dove terapeuti e pazienti lavorano (ancora) insieme per costruire il futuro e spesso ci riescono, con i soli limiti delle loro reciproche capacità e con l’entusiasmo che, a volte, solo questo tipo di interazione tecnologica ed umana può ancora dare. In questi anni abbiamo imparato tante cose; possiamo imparare anche questo.”

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