LA PARTE VISIBILE E QUELLA INVISIBILE DEI CONSUMATORI DI SOSTANZA

Roberto Gatti, medico psichiatra e responsabile del Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL città di Milano, riflette su come, durante il lockdown, i cambiamenti nelle modalità di spaccio di sostanze abbiano in parte modificato la visibilità dei consumatori. Mentre i “giovani”, e coloro che consumano sostanze per lo più in occasioni di festa e ritrovo collettivo sono stati penalizzati dal confinamento per Covid-19, una parte maggioritaria, ma socialmente poco visibile di consumatori, ha avuto meno problemi a reperire le sostanze. Infatti, la modalità di consegna attraverso smartphone e social network, che appare sempre più diffusa ed efficiente, è utilizzata soprattutto da una popolazione adulta socialmente integrata, poco problematica.

Scrive Gatti: “Così il mercato illecito non soffre o soffre meno. Gli approvvigionamenti si fanno più complicati ma, ridotti i consumatori occasionali, le scorte possono bastare per la delivery: un modello distributivo “invisibile”, ma già consolidato perché ben funzionante da tempo. Le droghe arrivano a casa, nelle vicinanze di casa o anche nel luogo di lavoro. “Andrà tutto bene”, perché il modello è decisamente più sicuro della Rete, dove è vero che gli ordini arrivano via corriere espresso ma, volendo, sebbene con difficoltà, sono molto più tracciabili. Un numero ampio di clienti lo utilizza e continuerà a farlo per un uso “integrato” di droghe, non necessariamente legato ad eventi, è socializzato soltanto tra pari e vissuto privatamente. Consumatori fedeli che non manifestano in modo apparente quelli che gli esperti chiamano “disturbi da uso di sostanze”. Persone non a rischio, dunque? Tutt’altro. Come tutte le altre che consumano droghe sono a rischio: camminano sul filo ed il rischio di cadere rimane alto. Forse hanno solo un po’ più di equilibrio e, soprattutto, anche quando cadono, nei rapporti interpersonali, negli affetti, nella sessualità, nel lavoro, nella progettualità, nella salute, continuano a ripetersi che “andrà tutto bene”. Prendono decisioni sbagliate in modo seriale e credono che le sostanze che usano siano la loro forza, non la loro debolezza.

Sono la parte nascosta dell’iceberg, quella a cui non si pensa, quella che non suscita interesse, sgomento e nemmeno pietà. Persone di cui, spesso, non ci si spiega reazioni e comportamenti sino a quando non accade un evento critico che ne svela la storia. Sono un pilastro fondamentale del mercato della droga, quello più certo e solido su cui fare investimenti. Se occupano posti chiave e di potere, in qualunque settore, sono corruttibili o ricattabili: possono diventare il punto di connessione tra la società civile e gli affari di criminali che, da tempo, investono contemporaneamente sul lecito e sull’illecito. Rappresentano seri problemi per le organizzazioni in cui lavorano o se hanno un ruolo politico. Lo sono ancora di più quando occupano posizioni di vertice. Ma poiché degli iceberg si vede solo la punta, non ce ne occupiamo. Ed a loro va benissimo così. Continuiamo a pensare che il “problema droga” sia un altro, con altri scenari e protagonisti diversi.

Ma, come gli altri “ragazzi” della droga, sono in bilico, e quanto più partecipano alla vita attiva, lo siamo anche noi con loro. Sarebbe importante che si facessero aiutare per cambiare uno stile di vita che, comunque, li imprigiona, anche quando nessuno oserebbe mai chiamarli “ragazzi”. Ma la nostra organizzazione sociale, le nostre leggi e la nostra visione del problema, sembrano costruiti per fare in modo che il tutto rimanga sommerso. Anche gli iceberg, tuttavia, non esistono per caso e, in tema di droga, oggi, questo è il nostro punto di maggior debolezza, proprio perché non lo consideriamo“.

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