HIKIKOMORI: UNA STORIA ITALIANA

data di pubblicazione:

16 Giugno 2020

Complice, forse, il Coronavirus, che ha imposto per mesi a larga parte della popolazione una inedita reclusione domestica, i mass media sembrano dedicare maggiore attenzione alla questione degli hikikomori. Il Corriere della Sera ha intervistato un giovane italiano di 25 anni, auto-recluso da circa 7 anni. La sua storia sembra in parte discostarsi dalle rappresentazioni più comuni del fenomeno, a partire dal fatto che è riuscito a capitalizzare il suo uso ossessivo del pc in una professione: è allenatore di campioni di e-sport. Altri aspetti della sua vita sembrano invece in linea con quanto conosciamo delle persone che scelgono il completo ritiro sociale. “«Qui trascorro tutta la giornata, salgo di sopra solo per dormire e mangiare, ma a volte ceno direttamente davanti al computer». Le relazioni umane – a esclusione di alcuni vecchi amici d’infanzia – sono quasi tutte virtuali. «Grazie a internet e ai videogiochi in questi anni ho conosciuto persone da ogni parte del mondo. Lo so che non è la stessa cosa che abbracciare o guardare negli occhi un vero amico ma per me è ancora difficile fidarmi delle persone…». Per capire come Marco sia diventato un hikikomori, occorre tornare a quand’era bambino. «Soffrivo di un grave problema di dermatite e per questo i miei coetanei mi escludevano. Crescendo, sono arrivati i bulli. Avevo la pelle rovinata, ero magrissimo e con delle profonde occhiaie dovute al fatto che la notte non dormivo per le irritazioni: mi soprannominarono “Zombie”. Più passava il tempo, più mi sentivo “sbagliato”. E anche i professori sembravano non capire i miei problemi, mi trattavano come uno scansafatiche».

A tredici anni i genitori gli regalano il suo primo computer. «All’inizio non lo usavo granché. Poi cominciai a giocare a World of Warcraft: ti crei un personaggio ed entri in un mondo fantascientifico. C’erano migliaia di giocatori e, specie all’epoca, nessuno ti chiedeva la foto né il tuo vero nome. Fu una sensazione bellissima: lì non venivo giudicato per il mio aspetto e finalmente potevo sentirmi uguale a tutti gli altri». A quel punto, Marco trascorre tutto il tempo libero al computer. E mentre i suoi genitori si separano, matura la decisione di interrompere gli studi. «Era inutile continuare: alla sola idea di andare a scuola, stavo male. Mi sentivo come un vetro rotto al quale nessuno dava una mano a rimettere insieme i pezzi. Così mi sono auto-escluso da tutto, che poi è il modo più efficace per non permettere alle persone di ferirmi come hanno fatto tante volte, in passato». Oggi questo giovane trevigiano ha un lavoro molto particolare: «Mi pagano per scovare e poi allenare i campioni di e-sport». Può sembrare incredibile ma esistono veri e propri tornei di videogame dove i partecipanti si contendono premi per milioni di dollari. «Gli specialisti sono soprattutto nordeuropei, anche se non mancano gli italiani. Il mio compito è mettere insieme dei team e prepararli ad affrontare al meglio i vari livelli di sfida. Il tutto, ovviamente, rimanendo ciascuno a casa propria».

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