DIPENDENZE COMPORTAMENTALI: I RISCHI DI UN NUOVO PROCESSO DI PATOLOGIZZAZIONE

Maurizio Fea, in un breve ma denso articolo pubblicato su Mission, affronta in modo critico il tema delle dipendenze comportamentali.  Sempre più rilevanti nell’ambito della ricerca e della riflessione scientifica, oltre che nei servizi di cura, le dipendenze comportamentali sfuggono, tuttavia, a una rigorosa e condivisa definizione. Secondo Fea, è necessario interrogare il senso di ciò che definisce come “un processo di patologizzazione di un numero sempre maggiore di comportamenti“, che rischia di occultare le dimensioni extramediche alla base delle dipendenze comportali.

Scrive Fea: “A differenza dei batteri, che esistevano da ben prima che l’uomo li riconoscesse e li denominasse, le dipendenze comportamentali hanno una storia breve, anzi brevissima se paragonata a quella dei batteri. Esattamente 29 anni fa, Isaac Marks pubblicò un editoriale su B.J.A. usando il termine behavioural addiction per descrivere e raggruppare una serie di comportamenti che mostravano affinità e analogie con le addiction chimiche (…) Non è strano che, mentre le altre malattie mentali sono presenti e descritte in tutte le civiltà antiche pur con diversità di criteri eziologici, di approcci interpretativi e conseguenti terapie, le dipendenze comportamentali non abbiano mai avuto descrizione, menzione, identità di alcun tipo, pur essendo classificate ora tra le malattie mentali?

(…) Siamo in presenza di una vera esplosione di malattie/dipendenze comportamentali o si tratta di una multiforme produzione di artefatti culturali, che chiamiamo malattie perché ci sono molte ragioni che inducono a farlo, ma forse non tutte sono giustificate e scientificamente fondate. Non c’è alcun dubbio che le molteplici manifestazioni di comportamenti di dipendenza che coinvolgono milioni e milioni di persone in tutto il mondo, costituiscano un grave problema con conseguenze relazionali, economiche, affettive, sociopolitiche, sanitarie. Pur ammettendo che possa trattarsi di malattie, bisogna anche riconoscere che si tratta di malattie per le quali non esiste tutt’ora una definizione soddisfacente, perché non esiste una definizione soddisfacente di malattia mentale (Stein, 2010) né l’attuale tendenza a descrivervele come malattie del cervello, identificata dalle comuni alterazioni funzionali dei circuiti regolatori della impulsività e di alcune attività cognitive, risponde al quesito da che cosa sono causate queste alterazioni? Le risposte sono plurime, di ordine biologico, genetico, ambientale, ma nessuna di queste, singola o integrata, sa spiegare come mai si sta verificando attualmente questa evidente pandemia di manifestazioni comportamentali assimilate alle dipendenze (…) Oltreché alle comuni alterazioni del governo della impulsività e di alcune funzioni cognitive, tutte le dipendenze comportamentali fondano la loro possibile esistenza su valori come il denaro, la fama, il successo, la notorietà, o fattori negativi come la presunzione di sapere, il desiderio di prevaricazione, il senso di isolamento, l’avidità, tutte buone o cattive ragioni che inducono gli individui a mettere in atto comportamenti, usare strumenti, tecnologie e suggestioni fornite da chi fa di queste ragioni la ragione del proprio interesse. È logico che la scienza medica concentri la propria attenzione sugli aspetti di sua competenza e quindi appare quasi inevitabile che all’occhio del sapere medico certi comportamenti appaiano come malattie, e vengano trascurati tutti questi fattori, che sono poco interpretabili con il sapere medico, ma forse è necessario osservare con altri occhi e altri occhiali questi fenomeni planetari. Affidare solo ai sistemi sanitari mediante un processo di patologizzazione di un numero sempre maggiore di comportamenti, la cura (questo è ciò che può fare la scienza medica) con il sottinteso che in questo ambito va trovata la soluzione alla pandemia, appare scelta miope e sostanzialmente errata”.

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