SISTEMA DI CURA DELLE DIPENDENZE FRA PROBLEMI IRRISOLTI E PROSPETTIVE

Riccardo Gatti, medico psichiatra e responsabile del Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL città di Milano, in un’intervista effettuata da Francesco Floris (Redattore Sociale) affronta specificità, problemi e prospettive del Sistema Socio-Sanitario in relazione al tema droghe e dipendenze. La tesi di fondo di Gatti è che sia necessario rivedere alcuni aspetti del funzionamento e dell’organizzazione dei servizi per le dipendenze, in un’ottica che definisce di “sistema diffuso”. Non si tratta di smantellare l’esistente, ma di creare un circuito parallelo/complementare che si dedichi alla cura di quelle fasce di utenza, con consumi di sostanze non cronici o patologici, che il sistema dei Ser.T non riesce a intercettare. Di seguito, si evidenziano alcune delle principali considerazioni e analisi contenute nell’intervista.

Il sistema di cura fatto di Sert, comunità, centri diurni e unità di strada, è stato sin dalla sua nascita connesso all’azione di controllo sociale. Come pilastro di un triangolo che vede gli altri due vertici occupati da forze dell’ordine e magistratura (…) Ci si riaggancia quindi al primo passo: perché mai chi usa sostanze a scopo di intrattenimento dovrebbe rivolgersi spontaneamente a un sistema di controllo sociale? “Avremo un sistema efficace – dice Gatti – quando ai servizi per le dipendenze, che forse, in questo senso, dovrebbero anche cambiare nome, si rivolgeranno anche le persone che usano sostanze pur non essendo già in una fase di patologia conclamata o di cronicità. Ma questo potrà avvenire se tutto il sistema della salute sarà in rete per interfacciarsi in senso preventivo con l’uso di sostanze a scopo non terapeutico o, comunque, con i comportamenti che possono portare a sviluppare patologie di diverso tipo, tra cui le dipendenze patologiche (…) Contemporaneamente accade un secondo fatto: il resto del sistema socio-sanitario è escluso dalla “cura” delle dipendenze. Non interviene in senso preventivo, in rete con i suoi servizi specialistici, così come normalmente fa per altre situazioni che possono sfociare in patologie gravi. Si perde così l’occasione di interagire con tutti coloro che magari non stanno (ancora) male, non hanno disturbi eclatanti, anche se corrono comunque dei rischi. Anche loro sarebbero persone disponibili a occuparsi maggiormente della propria salute, se l’approccio fosse di tipo diverso, più orientato a una modulazione positiva del proprio stile di vita e meno connesso a parole d’ordine quali “cronicità”, “recidiva”, “salvezza” e con tutta una serie di procedure e norme che spingono le persone a dichiararsi e a rivolgersi al sistema sanitario solo quando non possono proprio farne a meno.

La maggior parte delle persone che utilizzano sostanze o che, comunque, hanno comportamenti a rischio di dipendenza potrebbero essere incontrate quando la loro salute può ancora essere conservata, modulando diversamente il proprio stile di vita, eventualmente con l’aiuto di “trainer” qualificati ed esperti. Ovviamente questo comporta un’elasticità di approccio differente dall’attuale: più vicina al concetto di accompagnamento delle persone verso stili di vita meno pericolosi, piuttosto che a quello di “guerra” alla droga, ai consumi illeciti, e al controllo della devianza. “Questo dovrebbe essere l’obiettivo – afferma Riccardo Gatti –. Le persone che usano droghe e, più in generale sostanze psicoattive a scopo non terapeutico, o che ancora hanno comportamenti a rischio di dipendenza patologica, generalmente non cercano l’illegalità. Senz’altro esiste un desiderio di alterazione, ma che nulla ha a che fare con la devianza e, probabilmente, almeno in fase iniziale, con la patologia. (…) Per riuscire a fare questo tipo di operazione i servizi devono però rinunciare, almeno in parte, alla funzione di controllo sociale che sta diventando sempre più pervasiva e condizionante. Bisogna dedicare energie e strategie per far sì che i SerD e le Comunità siano collegati tra loro. “Anche operativamente – spiega Gatti – non solo teoricamente, dovranno essere connessi in modo bidirezionale come parte integrante del sistema socio-sanitario nel suo complesso, dal medico di Medicina generale, allo specialista ospedaliero, a chi interviene nei pronto soccorso”.

Operativamente questo significa non certo smantellare il circuito di Sert-Comunità-Centri diurni-volontariato/terzo settore (che sulla cronicità e sulla patologia conclamata ancora oggi più giocare le sue carte) ma creare contemporaneamente un “sistema diffuso”, fatto di diverse possibilità di offerta, in rete fra loro: dall’ospedale al territorio, e di percorsi, anche con professionisti privati convenzionati, arricchiti di momenti dedicati di tipo residenziale breve, differenti dagli attuali dove talvolta si sa quando si entra ma non quando si esce. Permetterebbe anche di avere un’attenzione particolare per i minori e per gli anziani che, oggi, non sembrano avere situazioni adatte alle loro esigenze, nemmeno per i casi più gravi”.

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