BENZODIAZEPINE E RISCHIO DI DIPENDENZA

Nell’interessante intervista, pubblicata sul quotidiano la Stampa, al professor Fabio Lugoboni, responsabile della medicina delle dipendenze del Policlinico GB Rossi di Verona e a Stefano Tamburin, neurologo presso il Policlinico GB Rossi di Verona, professore associato di neurologia all’Università di Verona, si pone al centro il recente studio dei due autori sulle benzodiazepine. Sono in particolare due i punti di grande interesse dello studio: 1) a seconda del tipo, le benzodiazepine mostrano grande differenza nel favorire una dipendenza; 2) contrariamente alla tesi più diffusa, non sono le benzodiazepine con breve emovita a essere più a rischio di dipendenza, ma quelle con emovita medio-breve.Nel nostro studio abbiamo documentato che la maggior parte delle persone che utilizzavano benzodiazepine ad alte dosi assumevano la specifica benzodiazepina in gocce, mentre lo stesso principio attivo in compresse era raramente abusato a questi dosaggi”.

Sono inoltre importanti le considerazioni svolte dagli intervistati sul dosaggio e sui criteri di scelta delle benzodiazepine: «Il dosaggio corretto è il minimo efficace. Negli anziani è importante partire a bassa dose per evitare il cosiddetto “effetto paradosso”, laddove la benzodiazepina agita invece che calmare.

Il tipo di insonnia guida la scelta della benzodiazepina: un’insonnia precoce vede l’indicazione a una benzodiazepina a breve emivita. Una insonnia intermedia andrebbe trattata con una benzodiazepina ad emivita un po’ più lunga. L’insonnia tardiva va considerata con attenzione, potrebbe essere la spia di una depressione. Un’emivita lunga potrebbe essere di utilità in questi casi, anche se potrebbe comportare un effetto “hang-over” di eccessiva sedazione al risveglio. Va sempre valutato il consumo alcolico concomitante: l’alcol favorisce l’addormentamento ma disturba pesantemente la fase tardiva del sonno; è un inibitore della fase REM e potenzia gli effetti delle benzodiazepine».

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