VACCINO ITALIANO CONTRO L'AIDS: RISULTATI PROMETTENTI

data di pubblicazione:

21 Febbraio 2019

Il farmaco è in fase sperimentale nei pazienti sieropositivi. Resta da capire se potrà bloccare la replicazione del virus ma servono ancora molte ricerche.
Il vaccino terapeutico Tat (che agisce sulla proteina Tat, quella che permette la replicazione e la diffusione del virus) potrebbe infatti consentire il controllo dell’infezione senza ricorrere, almeno per un periodo, alla terapia farmacologica, che al momento (e sarà così ancora per molti anni) consente la sopravvivenza di milioni di malati.

È la svolta emersa dal follow-up (durato otto anni e pubblicato sulla rivista «Frontiers in Immunology») di pazienti immunizzati con il vaccino Tat messo a punto dall’equipe guidata da Barbara Ensoli, Direttore del Centro Nazionale per la Ricerca su HIV/AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità che lavora al progetto dal 1998.
Già nel 2016 erano stati pubblicati su Retrovirology i risultati di un primo studio con il vaccino terapeutico Tat condotto su 200 pazienti in Sudafrica. Il vaccino non sarà la soluzione, infatti non previene l’infezione, ma è in grado di stimolare il sistema immunitario della persona infetta, l’unico modo per evitare il contagio resta l’uso del preservativo.

Il problema del «virus latente»
La somministrazione del vaccino Tat a pazienti in terapia antiretrovirale (cART) si è rivelata capace di ridurre drasticamente il «serbatoio di virus latente» inattaccabile dalla sola cART. «Si tratta di risultati – afferma Ensoli – che aprono nuove prospettive per una cura “funzionale” dell’Hiv, ossia una terapia in grado di controllare il virus anche dopo la sospensione dei farmaci antiretrovirali.
In tal modo, si profilano opportunità preziose per la gestione clinica a lungo termine delle persone con Hiv, riducendo la tossicità associata ai farmaci, migliorando l’aderenza alla terapia e la qualità di vita, problemi di grande rilevanza soprattutto in bambini e adolescenti, con l’obiettivo, in prospettiva, di giungere all’eradicazione del virus».
Questo studio rappresenta il follow-up della fase 2, fondamentale per capire se proseguire la sperimentazione nell’ultima fase di valutazione clinica.

Il perché della terapia antiretrovirale per tutta la vita
Quasi 40 anni dopo la scoperta del virus, l’Hiv/Aids rimane un’emergenza globale che colpisce soprattutto le fasce più povere e fragili della popolazione mondiale. La cura per Hiv/Aids richiede ancora molti sforzi, ingenti investimenti e strategie innovative per l’eradicazione del virus. Infatti, il virus Hiv non può essere eliminato dalla cART perché persiste, senza replicarsi, in alcune delle cellule infettate in forma di DNA virale. Questa forma «silente» del virus (DNA provirale) costituisce un «serbatoio di virus latente» che rimane invisibile al sistema immunitario ed è inattaccabile dalla terapia cART. Il virus latente periodicamente si riattiva e comincia a replicarsi; pertanto, l’interruzione della cART determina inevitabilmente la ripresa dell’infezione. Di qui la necessità di assumere la terapia ininterrottamente per tutta la vita.

Un futuro senza farmaci (ma non è scontato)
Il vaccino made in Italy si è dimostrato in grado di ridurre il serbatoio del virus, ma i test sono stati condotti solo su soggetti sottoposti a terapia farmacologica. Lo studio appena pubblicato dimostra che nei pazienti la vaccinazione ha mantenuto molto alti gli anticorpi anti-Tat per tutti gli otto anni di sperimentazione. Inoltre è emerso un aumento significativo di cellule immunitarie T CD4 (la loro distruzione causa l’Aids). Infine i ricercatori spiegano che è emersa, come detto, anche una riduzione del virus latente, quello che rimane nascosto in modo permanente nelle cellule malate per tutta la vita, che neppure la terapia antiretrovirale riesce a eliminare. Ora la speranza dei ricercatori è permettere ai pazienti vaccinati di controllare l’infezione senza bisogno di farmaci. Per capire se questo è possibile, il prossimo passo sarà quello di verificare se la vaccinazione da sola è in grado di bloccare la replicazione del virus, una volta che la terapia farmacologica viene interrotta. La cosa non è scontata. Un vaccino terapeutico americano, sempre basato su Tat, in uno studio clinico completato nel 2012 non si era mostrato in grado di controllare l’infezione dopo l’interruzione della terapia. Pertanto saranno necessari studi su un numero ampio di pazienti, con relativi gruppi di controllo, per confermare o scartare questa ipotesi.

Gli otto centri italiani coinvolti
Lo studio appena pubblicato è stato condotto in otto centri clinici in Italia (Ospedale San Raffaele di Milano, Ospedale L. Sacco di Milano, Ospedale San Gerardo di Monza, Ospedale Universitario di Ferrara, Policlinico di Modena, Ospedale S.M. Annunziata di Firenze, Istituto San Gallicano – Istituti Fisioterapici Ospitalieri di Roma, Policlinico Universitario di Bari), presenta i dati del monitoraggio clinico a lungo termine di 92 volontari vaccinati del precedente studio clinico.

Gli altri vaccini allo studio
Quello dell’Istituto Superiore di Sanità non è l’unico vaccino su cui si fondano le speranze per sconfiggere la malattia. Quest’anno, ad esempio, partirà in 3 continenti, il secondo step della sperimentazione del primo vaccino terapeutico pediatrico contro l’Hiv, sviluppato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù in collaborazione con il Karolinska Instituet di Stoccolma. Saranno coinvolti circa 100 bimbi già malati di Aids. L’Ospedale della Santa Sede, infatti, capofila del progetto internazionale di ricerca EPIICAL, ha ottenuto un finanziamento dal National Institute of Health americano che consentirà di testare il vaccino in Italia, Thailandia e Sudafrica. La prima sperimentazione aveva riguardato 20 bambini nati infetti per via materna (contagio verticale), un tipo di trasmissione della malattia che interessa il 95 per cento dei nuovi casi pediatrici ogni anno. Ora partirà la sperimentazione su un campione più ampio, che conterà circa 100 bambini con Aids conclamato alla nascita e da subito in trattamento con terapie standard. Promettente è anche il vaccino sviluppato e recentemente testato solo sugli animali dagli scienziati dello Scripps Research Institute di La Jolla (Usa): si tratta di una formulazione diversa rispetto alle altre che sarebbe in grado di stabilizzare le proteine dell’involucro esterno del virus chiamate Env (Envelope), che sono in grado di modificare la propria forma, rendendone difficile l’impiego all’interno dei vaccini. Più promettente ancora è il vaccino sviluppato dall’Harvard Medical School di Boston, che ha testato con successo su 400 volontari e 72 macachi un vaccino in grado di scatenare una risposta immunitaria con la produzione di anticorpi. Viene definito «a mosaico» perché contenente ceppi di diversi virus dell’Hiv. I vaccini contro l’Hiv sono allo studio da 35 anni: finora tutte le sperimentazioni si sono concluse con un fallimento. La prudenza, dunque, anche in questo caso, è d’obbligo.

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