ELEMENTI DI STORIA POLITICA DELLA DROGA IN ITALIA

Paolo Nencini, professore ordinario di Farmacologia presso l’Università di Roma “La Sapienza”, dettaglia in un lungo e documentato articolo i motivi per i quali l’Italia arrivò impreparata, dalla prima metà degli anni ’70, all’emergenza da eroina. A differenza di altri paesi occidentali, infatti, nel nostro paese fino agli anni ’50 la tossicodipendenza da oppiacei, ma anche da cocaina, era un fenomeno molto limitato, marginale a livello di consumi e di popolazione coinvolta. La domanda di fondo della riflessione di Nencini è così riassumibile: “La tossicodipendenza -da eroina essenzialmente- sarebbe comparsa all’improvviso e, prendendo a modello l’epidemiologia delle malattie trasmissibili, avrebbe avuto l’impatto dell’arrivo cinquecentesco in Europa della sifilide o di quello dell’AIDS negli anni ottanta del secolo scorso. Avrebbe cioè trovato la popolazione del tutto inerme sia sul piano biologico che delle strategie igienico-sanitarie di prevenzione. Ma quella epidemia, che sarebbe diventata endemia, era davvero esplosa in assenza di ogni protezione oppure, al contrario, malgrado preesistessero misure di prevenzione e contenimento?”

Nancini, con una ricostruzione storica e sociologica dei prpgressivi cambiamenti dei consumi di sostanze in Italia, mostra le peculiarità del caso italiano rispetto agli altri paesi europei. Non solo l’industria chimica e farmaceutica italiana si sviluppò in ritardo, rispetto a quella francese o tedesca, ma anche la letteratura di fine ‘800, inizio ‘900 mostra pochissime tracce dei nuovi stupefacenti. Così scriveva Antonio Gramsci nel 1918 sulla comparsa della cocaina nelle grandi città: “I giornali benpensanti hanno avuto una breve fuga di moralismo. Uno si è accorto che in Italia la cocainomania non è punita dalle leggi, e se ne preoccupa. […] Ohibò, non è la legge che farà scomparire il vizio. […] L’uso della cocaina è indice di progresso borghese: il capitalismo si evolve. Costituisce categorie di persone completamente irresponsabili, senza preoccupazioni per il domani, senza fastidi e scrupoli.” Ulteriore prova della scarsa rilevanza della questione è la legge del 1923, nota come Provvedimenti per la repressione dell’abusivo commercio di sostanze velenose aventi azione stupefacente, che prevedeva come pena massima 3 anni di carcere. “È importante osservare che solo il neuropsichiatra socialista Ferdinando Cazzamalli pose, ma invano, il problema del recupero del soggetto tossicodipendente: “Il progetto di legge non contempla la cura degli intossicati e non si cura di esaminarli nella loro figura di malati. Sarebbe stato opportuno introdurre delle norme a favore di questi disgraziati, cioè per il ripristino della loro salute, per la loro redenzione morale e per il loro ritorno nei quadri della società. Nel progetto di legge si giunge alla soppressione della libertà, ma non è con qualche mese di carcere che l’individuo malato può trovare un’azione efficace contro la sua mania. Bisogna che l’individuo venga ricoverato, inviato, cioè a ospedali psichiatrici, dove trovi la massima cura.” Dovranno passare cinquant’anni perché la proposta di Cazzamalli trovi ascolto. Le maglie della legge venero ulteriormente strette durante il ventennio fascista, con l’obbligo del sanitario di segnalare alle autorità di pubblica sicurezza il soggetto tossicodipendente, che di conseguenza era interdetto a esercitare particolari mestieri e attività commerciali. Impossibile dire quanto queste norme siano state efficaci nel prevenire l’abuso di stupefacenti che era già così circoscritto; in ogni caso esse permisero di riempire tabelle concernenti i sequestri e le denunce, da inviare alla neonata Società delle Nazioni, tabelle che testimoniano che l’Italia rimaneva infatti sostanzialmente al riparo dal fenomeno”.

Le conclusioni di Nancini sono così riassumbili: “Come estesamente argomentato nel mio “La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia” e qui riferito in maniera sintetica, l’Italia è rimasta a lungo protetta dalla diffusione voluttuaria di stupefacenti, malgrado sia stata crocevia del loro traffico internazionale per tutto il XX secolo. È altamente improbabile che tale protezione sia derivata da una legislazione che si fece sempre più repressiva, in quanto non impedì che agli inizi degli anni settanta del secolo scorso in maniera quasi improvvisa si diffondesse l’uso endovenoso dell’eroina. I motivi di quella improvvisa epidemia attendono ancora di essere adeguatamente studiati, fors’anche a causa del sorprendente disinteresse storiografico verso un problema di così rilevante importanza per il buon funzionamento della società italiana“.

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