SINDROME FETO ALCOLICA: VITTIME 30MILA BAMBINI

FASAumentare il livello di conoscenza sulla Sindrome feto alcolica, individuare le situazioni a rischio e procedere a una diagnosi precoce per intervenire preventivamente su una patologia che, seppure poco conosciuta, in Italia coinvolge ogni anno trentamila bambini.

Un rischio che può portare a una condizione malformativa complessa del neonato e del bambino, con una gamma che può variare dall’aborto allo sviluppo di disabilità comportamentali e neuro-cognitive.
L’astensione completa dall’alcol durante la gravidanza rappresenta l’azzeramento del rischio Fas, per raggiungere questo obiettivo è necessario aumentare il livello di conoscenze e competenze degli operatori, formando professionisti in grado di individuare situazioni a rischio e diagnosticarle precocemente.

La Sindrome feto alcolica purtroppo in Italia è ancora poco conosciuta, e pare soprattutto che sia misconosciuta alle autorità istituzionali, che non prestano particolare attenzione alla Fas, che invece rappresenta un costo notevole per la nostra nazione, spiega il presidente del Crarl (Centro di riferimento alcologico della Regione Lazio), Mauro Ceccanti.

CHE COS’E’ LA FAS E COSA PROVOCA
Dal punto di vista pratico, la sindrome colpisce i bambini che nascono da madri che durante la gravidanza hanno bevuto alcol, anche in piccole quantità. Non voglio mettere paura a nessuno- avverte il professore- ma nei Paesi occidentali – come Stati Uniti, Francia e Inghilterra – ormai si raccomanda di non bere assolutamente nulla durante la gravidanza. Questo è l’indirizzo a cui noi ci dovremmo adeguare, perchè bere alcolici espone al rischio di avere dei bambini che nascono o con difetti congeniti, anche al livello del cuore, ma soprattutto al livello cerebrale: il cervello si sviluppa male, per cui nascono bambini con disabilità che sono soprattutto nella loro capacità di affrontare i compiti complessi. Sono piccoli che avranno difficoltà a scuola e tenderanno ad abbandonare gli studi”.
Un fenomeno ancora poco conosciuto, dunque, anche se uno studio epidemiologico portato avanti alcuni anni fa dal Crarl con l’Istituto nazionale americano della salute ha rilevato che “il 47 per mille dei bambini esaminati presentava questo problema, da forme molto gravi, che sono circa l’8 per mille, a quelle più lievi, ma sempre con uno spettro variabile, pari il 36 per mille.
Stiamo parlando di circa trentamila bambini- specifica Ceccanti- che nascono ogni anno con questo problema, di cui 5-6mila hanno un problema gravissimo, con rapporto relazionali e sociali complicati che possono portare anche all’uso di sostanze o a problemi psichiatrici”.

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