PER UNA STORIA CULTURALE DELL’EROINA NELL’ITALIA DEGLI ANNI ’70

eroina '70Sul blog letterario MinimaetMoralia, la storica Vanessa Roghi ha pubblicato un breve saggio, “Piccola città. Per una storia culturale dell’eroina“, che a partire dalla storia della sua famiglia, ricostruisce in modo profondo e complesso lo sfondo storico, culturale e politico alla base della diffusione dell’eroina in Italia negli anni ’70. Tutta la vicenda viene raccontata attraverso l’intreccio fra due piani: i ricordi personali dell’autrice sulla storia della famiglia e in particolare del padre, arrestato per spaccio di eroina, e l’analisi del contesto culturale e politico degli anni ’70, in cui sorge il problema droga come emergenza sociale e il problema dei “drogati” come devianti. Tutto viene filtrato attraverso l’accurata descrizione delle trasformazioni sociali della città di Grosseto, delle reazioni di allarme e di condanna degli abitanti verso una realtà sconosciuta: “Di fatto nella città inizia un attacco moralistico contro ogni diversità, contro le donne, i gruppi giovanili e i tossicodipendenti portato avanti da tutti, ma soprattutto dai compagni che vedono nell’eroina un elemento di disgregazione culturale e politica. La città guarda con timore e giudica i figli degenerati che hanno tempo per tutto anche per buttare via la propria esistenza, elabora strategie di contenimento del fenomeno: nascono i primi centri di recupero seppur demandati alla volontà di singole personalità, tra le quali Don Enzo Capitani, fondatore della prima comunità aperta di recupero. L’idea è quella dello spazio a misura d’uomo mutuata da Franco Basaglia, che contesta l’esclusione dei drogati, la segregazione della malattia, la sua separazione dal tessuto sociale. Tenere i tossici al centro della città, rendendo le loro famiglie parte del percorso di cura e di recupero. Ma la città non è d’accordo. Netta deve essere la distinzione fra normalità e devianza“.

Ma come nasce, secondo l’autrice, il “problema” droga in Italia? “Nel 1970 a Roma, secondo Guido Blumir, ci sono soltanto 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Fra di loro l’eroina è, apparentemente, sconosciuta. A Grosseto, e in tutte le piccole città di provincia, se ne parla ma non si è ancora vista davvero in giro. Eppure in Italia è arrivata fin dall’immediato dopoguerra, ma finché non diventa un caso di cronaca da mettere in prima pagina su un quotidiano nazionale è come se non esistesse. Il caso eccolo: è il 20 marzo del 1970 quando a Roma il nucleo Antidroga dei Carabinieri diretto dal capitano Servolini durante una perquisizione a un barcone ormeggiato sul Tevere, uno di quelli usati per le feste dalla buona borghesia della città, trova un “ingente quantitativo di sostanze stupefacenti”. Il caso diventa un manganello da usare contro i costumi degenerati della società, e i partiti di sinistra con il loro lassismo, da testate giornalistiche come «Il Tempo» che scrive: “Infame centrale del vizio nel cuore di Roma – casa della droga per minorenni in un galleggiante sul Tevere – Sequestrati hashish, eroina, eccitanti, siringhe, alcoolici alterati, ricettari rubati” (21 marzo 1970).

Per la prima volta viene lanciata una campagna contro chi fa uso di droghe. È messo sotto accusa un intero universo simbolico, quello della cultura dei capelloni che, per uno di quei paradossali giri di boa che compie la fantasia dei paranoici e dei fascisti, è imputato alla sinistra comunista che, sappiamo, in quel lontano marzo del 1970, patisce i capelloni e i drogati quanto i conservatori.

Scrive Blumir: “Nasce in Italia la ‘psicosi’ droga: per decine di milioni di italiani la droga diventa un ‘male oscuro’ per centinaia di migliaia di giovani, una tentazione proibita. Solo tre anni dopo l’opinione pubblica viene a sapere, da un dossier di controinformazione di Stampa Alternativa (La droga nera), che la storia del ‘Barcone’ era una truffa”.

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