giovani, modelli educativi e social media

i giovani sono sempre più spinti a cercare modelli educativi sui social

Nei riti di iniziazione delle società primitive erano gli adulti al di fuori della famiglia che si facevano carico della costruzione dell’identità sociale degli adolescenti. Nella società attuale, invece, questa funzione è praticamente scomparsa e al suo posto sono andati a collocarsi proprio i social, che rappresentano il mondo fuori, ma che favoriscono uno scambio orizzontale, tra pari, invece che tra adulti autorevoli e le nuove generazion

data di pubblicazione:

28 Aprile 2025

Modelli educativi, nuove generazioni e rapporto con i social. Sono questi i temi su cui riflette Alfio maggiolini in un articolo sul sito di Doppiozero. Partendo dall’analisi del libro di Jonathan Haidt La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024) Maggiolini riflette sul perché negli ultimi cinquant’anni i giovani sono visti sempre più come soggetti fragili, immaturi e di conseguenza da proteggere rispetto al mondo esterno e dai social.

Un atteggiamento che ha messo in ombra soprattutto il ruolo dei pari.

“Con i coetanei un ragazzo può condividere esperienze di gioco libero, competitivo e collaborativo, che inevitabilmente possono essere rischiose, ma che nello stesso tempo lo formano ad affrontare le difficoltà della vita. È un’area dello scambio fra pari che i social hanno progressivamente occupato, appropriandosi del tempo libero dei ragazzi e contribuendo a ridurre la loro spinta al gioco all’aperto non sorvegliato. In questo modo, paradossalmente, l’uso degli smartphone ha contribuito a tenere i ragazzi in casa, proteggendoli dai rischi del mondo reale”.

In un’epoca in cui la mortalità infantile è diminuita e i giovani stanno meglio che in passato, come mai, si domanda Maggiolini, l’ansia dei genitori è aumentata? Sicuramente, vista la scarsità di bambini/e, essi sono diventati sempre più preziosi e quindi da tenere più sotto controllo. Ma non solo, anche i ruoli educativi degli adulti, della famiglia e delle agenzie educative sono cambiati.

Oggi le agenzie come la scuola non hanno più un ruolo riconosciuto di accompagnamento alla crescita come in passato, ed anche in famiglia si è assistito ad un cambiamento nel ruolo dei genitori. Un ruolo caratterizzato da “(…) un’educazione sempre più ispirata dall’attenzione al legame e alla vicinanza nelle relazioni, che dal richiamo all’autorità, di fronte alla quale un ragazzo è chiamato ad assumersi responsabilità”. 

“Nei riti di iniziazione delle società primitive erano gli adulti al di fuori della famiglia che si facevano carico della costruzione dell’identità sociale degli adolescenti. Nella società attuale, invece, questa funzione è praticamente scomparsa e al suo posto sono andati a collocarsi proprio i social, che rappresentano il mondo fuori, ma che favoriscono uno scambio orizzontale, tra pari, invece che tra adulti autorevoli e le nuove generazioni”. 

In sintesi questa ansia generalizzata sembra essere dovuta a questi fattori: meno figli, più affetto e meno regole, più responsabilità dei genitori e meno responsabilità sociale.

Ma per Maggiolini c’è un altro fattore che entra in gioco nel generare ansia e riguarda due diversi stili educativi, che per certi aspetti rimandano a due generali “strategie” riproduttive. Una che si rifà ad un ambiente più stabile e sicuro, dove ci sono meno figli e si punta a fargli acquisire competenze, ma dove l’autonomia è ritardata. L’altro è uno stile educativo figlio di ambienti con più instabilità, meno sicurezza, più figli e maggiore attenzione al presente rispetto al futuro. Paradossalmente l’ansia è molto più presente nel primo modello che nel secondo.

Si tratta di “(…) due traiettorie di vita altrettanto valide dal punto di vista evoluzionistico, perché il loro successo dipende dai diversi ambienti di sviluppo a cui si applicano”, ma che si traducono in due diversi modi in cui gli adolescenti affrontano i loro compiti evolutivi.

Nel primo modello i giovani sono meno impulsivi e più preoccupati delle conseguenze dei loro comportamenti, ma presentano più stati d’ansia e depressione, che è più frequente nelle femmine e che sembra caratterizzare proprio la generazione ansiosa attuale.

Il secondo è invece caratterizzato da giovani con una maggiore spavalderia e impulsività e dalla tendenza a correre rischi (più frequente nei maschi).

I dati attuali indicano che i comportanti giovanili del primo modello, che Maggiolini definisce “internalizzanti” (vedi il fenomeno del ritiro sociale), sono in aumento, non solo tra le femmine ma anche tra i maschi, mentre quelli del secondo definiti “estrenalizzanti” sono in diminuzione.

Ripensando quindi al ruolo dei social nel momento attuale, sembra che la loro diffusione abbia “(…) avuto un effetto paradossalmente positivo sui comportamenti trasgressivi e violenti degli adolescenti, perché mentre ha aumentato i problemi internalizzanti, caratterizzati da emozioni di paura, tristezza, vergogna, ha diminuito quelli esternalizzanti, caratterizzati dalla rabbia”.

A differenza della TV e dei videogiochi di un tempo i “(…) social stanno in parte cambiando questo stato di cose, non come conseguenza della perdita di confine tra virtuale e reale, ma a causa del potenziamento dell’effetto contagio“.

Soprattutto per gli adolescenti “(…) la ricerca della propria unicità passa attraverso l’identificazione con chi mostra di essere più avanti nella ricerca di soluzioni nei problemi evolutivi, un bisogno che li espone a un inarrestabile contagio. I social sono un naturale amplificatore di questo effetto naturale, che si tratti di imitazione di gesti autolesivi o di comportamenti violenti. In sintesi, per i ragazzi violenti e senza paura i social hanno più un effetto di amplificazione che di produzione della rabbia, a cui forniscono un palcoscenico”.

Maggiolini in conclusione, a differenze di Haidt, non propone maggior divieti per l’utilizzo dei social e adulti che sappiano dire no, ma adulti “(…) che invece di vietare aiutano a esplorare, non lasciando soli i ragazzi nell’avventura della scoperta di quel nuovo mondo che inevitabilmente sarà il mondo virtuale in cui dovranno vivere”.

 

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