RESPONSABILITA', METODO SCIENTIFICO, EVIDENZE: GLI SPAZI PER UN DIBATTITO INFORMATO SULLE SOSTANZE

data di pubblicazione:

23 Aprile 2021

Anna Paola Lacatena, sociologa e coordinatrice del gruppo “Questioni di genere e legalità” per la Società Italiana delle Tossicodipendenze, risponde alle riflessioni di Susanna Ronconi in merito alle necessità di un confronto pubblico, sulle sostanze, capace di andare oltre ai paradigmi dominanti di “vizio” o “malattia”. La riflessione di Lacatena, piuttosto lunga e articolata, parte dalla considerazione preliminare che il problema del dibattito sulle droghe in Italia “non è in ciò che manca ma in ciò che abbonda”, dove l’eccesso è rintracciato nel fatto che le varie posizioni (pro o contro legalizzazione, pro o contro i vari paradigmi) più che confrontarsi, in uno stato di vero ascolto, si rifugiano nelle rispettive certezze. Eppure, ciò che dovrebbe sostanziare il dibattito scientifico è sapere che la scienza è guidata non da certezze, ma da ipotesi che come tali sono falsificabili e soggette alla continua verifica. Scrive la sociologa: “Si possono trovare specialisti pro e specialisti contro perché cambiano i risultati così come le indagini, i paradigmi della ricerca ma anche e soprattutto perché gli studiosi stessi sono parte integrante di ciò che studiano, ossia della società. Non esiste l’unanimità in ambito scientifico, benvenuti nel mondo della mancanza di certezze assolute che per altro equivarrebbe all’assoluta irresponsabilità accompagnata dalla stupidità del credere che è possibile predisporre di ragioni valide oggi e per sempre.

Nel dibattito pubblico sulle droghe cultori, professionisti e politici per avvalorare la propria posizione hanno fatto ricorso alla scienza selezionandone i contenuti con attenzione e, in alcuni casi, con faziosa selettività. Talvolta si fa riferimento ai numeri talvolta si ventila la necessità di farne a meno rinvenendo l’opportunità di un approccio più qualitativo, quasi mai, però, si interroga chi è direttamente coinvolto, l’informato che può farsi informatore (nella fattispecie il consumatore e il dipendente). (…) La scienza può esaminare la tossicità di una sostanza o indagare le modalità con cui si sviluppa una dipendenza patologica, ma non le si può delegare (né dovremmo averne l’intenzione) l’autorità di decidere cosa deve essere proibito oppure no. Stupefacente è un termine rigorosamente medico solo per chi non appartiene al mondo della scienza. Una sostanza psicoattiva diviene illegale perché la politica gli conferisce un tratto di valore che per sua natura non ha.

Legalizzare una o tutte le sostanze non è un problema scientifico è politico, legale, etico, sociale e tanto altro ancora con tutto il bagaglio di rischio di fraintendimento dettato da idiomi, approcci, visioni, formazione e obiettivi non sempre conciliabili quando non in netto contrasto tra loro. Riaccendere il dibattito in Italia è difficile perché la politica non vuole rischiare. Perché decidere di mettere mano alla materia significa schierarsi e, dunque, perdere il consenso di qualcuno come inevitabile conseguenza dettata dalle tante e differenti ragioni delle parti in causa. Riaccendere il dibattito sulle droghe è difficile ovunque se lo si vuole fare con serietà perché questa implica l’apertura alla discussione e in modo crescente all’accettazione della sua complessità multiparadigmatica e multimetodologica. Un confronto che si rispetti, poi, prevede la partecipazione allo stesso dei diretti interessati. Significa dare voce al piacere del consumatore e al dolore del dipendente patologico. A chi utilizza la diversione del metadone per sopravvivere. A chi nel settore ci lavora fronteggiando frequenti aggressioni e dovendo fare i conti con la contrazione delle risorse economiche e umane. Alle famiglie, che nella panoplia dell’offerta di cura di chi specula sulla disperazione, sarebbero disposte ancora oggi a soprassedere sui diritti e sulla dignità dei propri congiunti.”

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