RITIRO SOCIALE, IDEE SUICIDIARIE E PANDEMIA NEGLI ADOLESCENTI

Sul settimanale Vita, in un’intervista Antonio Piotti, docente dell’Alta Scuola di Psicoterapia del centro Minotauro, riflette sull’aumento delle condizioni di forte disagio nei giovani e su come la pandemia abbia influito sul ritiro sociale e sulle idee suicidiarie. Secondo la recente esperienza clinica di Piotti, l’aumento di disturbi in questa classe d’età è precedente alla pandemia, ma è chiaro che Sars-Cov-19 ha impattato fortemente sui disturbi dal comportamento alimentare, gli stati d’ansia, l’autolesionismo e l’aspirazione alla morte, specie nelle ragazze. Anche il fenomeno del ritiro sociale sembra conoscere un certo aumento in questa nuova fase, sospesa fra ritorno alla vita “normale” e limitazioni varie alla vita sociale. “I ragazzi che vogliono morire non partono dal disprezzo della vita: ciò che li fa soffrire è constatare che la vita non riesce a essere come dovrebbe, che tra il loro ideale e la quotidianità triste c’è un abisso che sembra incolmabile. Hanno la sensazione di essere sconfitti e che lo saranno per sempre, oppure quella di scivolare in un buco nero senza avere nessun appiglio cui aggrapparsi. Non c’è una tipologia precisa, la sofferenza attraversa tutte le classi sociali e ogni età ma il problema è molto serio. Negli Stati Uniti nel 2017 (quindi prima del Covid) il suicidio è divenuta la prima causa di morte per i giovani.

Perché soprattutto le ragazze?
Fino a qualche tempo fa a morire per suicidio, in quasi tutto il mondo, erano soprattutto i maschi. Per ogni ragazza morta per suicidio si registravano tre o quattro ragazzi. Non ho i dati per mettere in discussione oggi questa statistica, ma la mia esperienza personale e quella dei colleghi con i quali sono in contatto in Italia mi dice che sta accadendo qualcosa alle ragazze. Sembra che la pandemia abbia agito soprattutto su di loro incrementando ulteriormente i disturbi dal comportamento alimentare, gli stati d’ansia, l’autolesionismo e, alla fine, anche l’aspirazione alla morte. Difficile immaginare la ragioni: forse l’isolamento prodotto dalla pandemia è più difficile da tollerare per le femmine che necessitano in adolescenza di un continuo contatto, ma la cosa andrà studiata meglio.

Lei ha studiato per anni il ritiro sociale nei ragazzi in crisi, quello di chi ha deciso di sottrarsi allo sguardo di tutti e di rifugiarsi nella sua cameretta in compagnia dei videogiochi e di amici virtuali. Come commenterebbe oggi queste problematiche? C’è qualcosa di diverso rispetto al passato?
Paradossalmente, o forse nemmeno tanto, i ritirati sociali sembrano aver avuto un certo miglioramento almeno nella prima fase della pandemia. È una constatazione che condivido con molti colleghi in Italia e in Francia. Forse il fatto che fossimo tutti reclusi li faceva sentire meno a disagio; l’obbligo di mantenere le distanze o di usare la mascherina riducendo il contatto sociale, evitava di metterli alla prova. Per un certo periodo abbiamo sperato che questi miglioramenti potessero avere una certa stabilità, oggi sembra proprio che non sia così e che la ripresa dei contatti abbia di nuovo isolato questi ragazzi e che, anzi, molti altri giovani che prima accettavano a fatica la normalità degli incontri, oggi stiano pensando di rinchiudersi nelle loro stanze e di limitare la vita sociale alla Rete.

Molti esperti convengono sul fatto cha la pandemia abbia amplificato un disagio psicosociale che era già presente nei giovani. Lei è d’accordo?
Sono assolutamente d’accordo. Il Covid è stato come accendere un fanale che illuminasse i contorni di una crisi fino ad allora maldestramente mascherata. Crisi della cultura narcisistica, crisi dei sistemi familiari che hanno perso identità, crisi di significato e di esperienze formative educative e scolastiche. Ragazzi lasciati a loro stessi nelle mani di una cultura edonistica e utilitaristica. Quando le difese, per altro labili, sono venute meno a seguito della pandemia, il baratro si è spalancato sotto i piedi di molti ragazzi che hanno cominciato a precipitare. Non tutti ovviamente, non la maggioranza di loro, ma un numero piuttosto significativo.”

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