IL CONGRESSO ICAR FA IL PUNTO SU HIV E LE INFEZIONI SESSUALMENTE TRASMISSIBILI

A conclusione del congresso ICAR (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research) che si è tenuto a Bergamo nel mese di Giugno, uno degli elementi più importanti rilevati è la diminuzione, in Italia, dei casi di HIV negli ultimi 12 mesi, dato che qualcuno invita comunque a leggere con cautela.  

Se da un lato le terapie antiretrovirali negli ultimi anni hanno consentito un tenore di vita migliore per le persone HIV-positive e contemporaneamente hanno ridotto la trasmissione del virus, è anche vero che nei due anni di pandemia si è assistito ad una diminuzione dei test e quindi di conseguenza del numero di diagnosi HIV-positive.
Sicuramente la difficoltà di accesso alle strutture sanitarie, durante la pandemia, ha scoraggiato molte persone che hanno deciso di rimandare i controlli previsti.
Purtroppo a livello globale l’HIV è ancora una epidemia, sostiene Franco Maggiolo, responsabile US Patologie HIV Correlate e Terapie Sperimentali, ASST Papa Giovanni XXIII, e a questo contribuisce molto il problema dello stigma che circonda il virus: “(…) Nonostante la Consensus Conference del 2019 abbia sancito l’evidenza scientifica dello U=U, ovvero che una terapia antiretrovirale assunta in modo corretto renda la viremia non più rilevabile nel sangue, lo stigma nei confronti dei malati di HIV è ancora molto evidente”.
Per abbattere questo stigma, sempre secondo Faggiolo,  sarebbe necessario aumentare e facilitare gli accessi ai test, formare personale non sanitario in grado di eseguirli e intervenire sulla “(…)  profilassi pre-esposizione (PrEP), che permette di prevenire l’infezione, ma che in Italia non è ancora di facile accesso. La diffusione sul territorio italiano, infatti – spiega lo specialista -, non è uniforme, i costi sono differenti tra le regioni e soprattutto non rimborsabili. Ciò crea problemi ai soggetti che più ne avrebbero bisogno, come studenti, immigrati, sex workers”.
Relativamente al problema dello stigma, da un’indagine presentata al congresso, e condotta da Fondazione Icona con il supporto di ViiV HC su 531 persone affette da HIV, è emerso che il 52 % dichiara di non parlare con nessuno della propria positività al di fuori dell’ambiente sanitario in cui è stato preso in cura.
Un elemento, quello di non dichiarare la propria positività, che deve essere tenuto in debita considerazione dalle equipé sanitarie che seguono queste persone, in quanto socialità e salute sono spesso collegate fortemente tra di loro.
Altra ricerca presentata è stata quella che cercava correlazioni tra HIV e Covid-19.
La “(…) ricerca, relativa alla fase in cui non erano disponibili i vaccini, prende in considerazione 155 casi di persone con HIV e con infezione da Covid-19 confrontati con altre 360 con HIV che il Covid non l’hanno avuto. Nessuna delle caratteristiche dell’HIV correlava col rischio di acquisire il Covid”.
L’età avanzata e la presenza di diabete sono invece due variabili che hanno inciso maggiormente sulla gravità dell’infezione. In conclusione Faggiolo, pur ribadendo che siamo ancora lontani dall’eradicazione dell’infezione, sottolinea il fatto che la ricerca scientifica ha messo a punto, in questi anni, terapia ancora più efficaci, quali le “(…) terapie long-acting, che possono servire sia per il trattamento, che per la prevenzione. Somministrati per via iniettiva hanno una durata che può arrivare fino a due mesi”. 

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