RIFLESSIONI SU SOSTANZE E REPRESSIONE A PARTIRE DAL CASO DELLA CASERMA DI PIACENZA

In un’interessante intervista al Prof. Varese, criminologo dell’Università di Oxford, condotta a partire dai gravissimi episodi contestati a un gruppo di carabinieri di Piacenza, si riflette su alcuni temi di attualità connessi alle politiche sulle sostanze. Varese pone l’accento sulle conseguenze paradossali dell’attuale struttura di repressione del mercato delle sostanze illegali e su come, non solo in Italia, arresti e operazioni repressive contro il traffico di sostanze tendano a colpire gruppi sociali svantaggiati.Va detto subito che questa vicenda mostra come la mafia non sia l’unico attore importante nel mercato della droga. Laddove le mafie non sono forti entrano in campo altri soggetti, in questo caso purtroppo autorità deviate. Non so se sia un caso isolato, di certo le notizie dell’inchiesta ci svelano un presunto tentativo di controllare in maniera monopolistica il mercato della cannabis a Piacenza: secondo l’accusa, questi carabinieri non si dedicavano solo allo spaccio, ma volevano “controllare” il mercato, decidere chi poteva spacciare chi no. Questo è un ruolo tipico delle mafie: infatti, cosa sono le mafie? Organizzazioni che danno il permesso ad altri di operare, organizzazioni di governo dei mercati. I mercati illegali quindi non solo producono mafia e la arricchiscono, ma producono anche forti opportunità di corruzione per le istituzioni. Un mercato illegale genera domanda di mafia, che può essere soddisfatta da soggetti diversi dalle mafie.

Siamo quindi al paradosso che anche il mercato illegale debba essere “regolato”.
Certo. E non dimentichiamo che è un mercato vastissimo. Il vero salto di qualità per le mafie nostrane è stato l’ingresso nel mercato della droga. Fino ad un certo punto la mafia siciliana ebbe un ruolo limitato nel contrabbando di sigarette (anche in questo caso cercando di controllare il mercato in Sicilia). Poi entra nel traffico di eroina tra Oriente, Turchia e USA, sfruttando i contatti con i cugini americani, e tutto cambia. La guerra di mafia degli anni ottanta (1981-1984), detta come La Mattanza, che fece centinaia morti, nacque da dispute tra mafiosi relative a partite di droga mandate negli USA, come racconta bene Salvatore Lupo. Quella guerra segnò l’ascesa dei Corleonesi.

Al di là del clima politico italiano quello degli arresti discriminatori è un tema diffuso in tutto il mondo, USA in testa, come abbiamo avuto modo di parlarne su Fuoriluogo più volte.
C’è l’impressione che in alcuni paesi gli arresti legati alle droghe facciano parte di un sistema di repressione sociale che attraverso la scusa dell’arresto per piccolo spaccio o consumo di droghe perpetuino antiche discriminazioni nei confronti delle minoranze. Queste politiche repressive riducono la fiducia di queste minoranze nei confronti dello Stato e creano delle enclave sociali ed etniche. Poiché non si fidano più dello Stato, questi cittadini non si rivolgono alle autorità per denunciare reati. Pensi che ci sono alcune zone dell’Inghilterra dove non viene denunciato alcun reato nel corso di un anno: o vivono in un mondo utopico dove il crimine non esiste, oppure il crimine esiste eccome ma la sua repressione sfugge completamente alle istituzioni legittime. In questi casi la funzione di “polizia” viene svolta dalle gang e dalle famiglie criminali.

FL LEAP, l’associazione di operatori di polizia per la riforma delle politiche sulle droghe, sottolinea sempre che, oltre a generare corruzione in sé, il proibizionismo crea opportunità anche quando è efficiente e fa il suo lavoro: arrestando uno spacciatore libera quel mercato (che esiste prima ed esisterà anche dopo) per un altro (più furbo o più potente). Cosa che non avviene quando si arresta un ladro o un violentatore. Che ne pensa?
Sono d’accordo. Arrestare uno spacciatore non serve a nulla. Va aggiunto che chi spaccia è di fatto il venditore di una merce, e quindi di norma evita di usare la violenza (questa viene invece usata da chi vuole controllare il mercato e ingaggia guerre per il controllo del territorio). In Inghilterra il 69% dei detenuti hanno commesso crimini non violenti, e costano ognuno circa 50 mila sterline l’anno all’erario. In prigione poi imparano a diventare violenti per sopravvivere, o diventano a loro volta vittime. Il carcere non può essere una soluzione per chi commette reati non violenti. Molto meglio che queste persone continuino a lavorare, pagare il mutuo, andare a scuola, e lo Stato può controllarli senza arrestarli. Anche nel caso di Piacenza abbiamo scoperto poi che la supposta violenza di questi spacciatori pare fosse inventata per giustificare l’arresto.

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