GENITORI E ADOLESCENTI NELL’EPOCA DI INTERNET E DEL NARCISISMO

Riportiamo di seguito una sintesi di un ciclo di incontri Genitori e adolescenti nell’epoca di internet e del narcisismo, che si sono tenuti nei mesi scorsi in Emilia Romagna. Gli incontri, promossi dalla Regione in collaborazione con l’Istituto Minotauro, avevano la finalità di aiutare i genitori a comprendere meglio i propri figli per sostenerli nella crescita, fornendo chiavi di lettura e strumenti interpretativi adatti a affrontare la complessità di una sfida impegnativa.

“L’adolescenza è una fase caratterizzata da compiti evolutivi ineludibili che sono sempre gli stessi, e sono, come dice, quelli legati alla nascita come soggetti sociali. Quello che cambia è il contesto: se in passato si arrivava all’adolescenza dopo un’infanzia governata dalla famiglia normativa tradizionale, che determinava il cosiddetto adolescente edipico ossia un ragazzo che doveva crescere per opposizione alle norme, oggi la trasgressione non esiste più, si cresce per delusione. Il bambino ha un’infanzia ricca di aspettative ideali, una famiglia affettiva che lo invita a esprimersi, lo sostiene nelle amicizie e lo segue in tante attività al punto che, quando il bambino entra nell’adolescenza, il nodo critico starà nel conflitto tra le aspettative ideali molto elevate sviluppate nell’infanzia e il dato di realtà di quello che il ragazzo è diventato. Il conflitto non è più tra norma, Super-io e Io ma tra ideali dell’Io talmente elevati che spingono gli adolescenti a non sentirsi mai sufficientemente belli ed adeguati”.

“Viviamo all’interno di una società molto individualista dove il sé è al primo posto: oggi contrastare certi modelli educativi non può limitarsi, come credono molti genitori, al togliere i videogiochi o lo smartphone ma deve puntare sulla capacità di proporre modelli a contrasto di questa sottocultura che vede nel sé e nell’io i destinatari di un obiettivo di successo da perseguire a tutti i costi.
In questo senso abbiamo una contraddizione perché da un lato diciamo di volere limitare questo modello competitivo ma dall’altro lato la scuola si basa ancora sul voto e sulla bocciatura mentre i genitori vivono come drammatica ogni sconfitta del figlio, la sua mancata popolarità o un insuccesso scolastico. Come genitori, bisognerebbe cominciare ad interessarsi un po’ di più dei figli degli altri, dei ragazzi più fragili e smetterla di guardare agli altri ragazzi solo in quanto strumenti per colmare la solitudine dei nostri figli. In questo senso, un’altra trasformazione importante delle mappe emotive riguarda il fatto che il sentimento della solitudine è stato messo al bando, negato: i genitori sono molto impegnati durante l’infanzia dei loro figli a far sì che i bambini non siano mai da soli, che abbiano molti amici e siano sempre impegnati in diverse attività. Per contrastare l’individualismo si deve partire dal dare maggiore attenzione ai figli degli altri come avveniva nel passato quando la genitorialità era diffusa e il modello educativo aveva un senso collettivo. Dare tutta la colpa alla cultura massmediatica, a internet e al telefonino è sbagliato. Genitori e docenti dovrebbero iniziare a mettere in discussione il loro ruolo: esistono delle scelte che sia a livello familiare sia a livello scolastico si fa fatica a modificare”.

“Il ritiro sociale è un fenomeno in crescente diffusione ma non bisogna sovrapporlo a quello della dipendenza da internet. Quando il ragazzo cresce, il suo disagio è spesso legato al senso di bruttezza e di mancata popolarità, alla delusione rispetto alla propria fisicità: per questo l’adolescente attacca se stesso e non l’altro da sé. L’attacco è rivolto verso il proprio corpo che viene ritirato dall’arena sociale per sottrarlo alla competizione avvertita come troppo dura. In altri casi, i ragazzi mettono in atto il conflitto con il corpo attraverso forme di autolesionismo o sviluppando disturbi della condotta alimentare. La rete costituisce un ambiente in cui gli adolescenti crescono anche in modo creativo ma può diventare il rifugio davanti a delle crisi. Internet non è la causa della reclusione sociale e della disconnessione dal mondo: i ritirati più severi non usano internet. In qualche modo, la rete è una difesa e rappresenta anche un’automedicazione di fronte a questo crollo dell’ideale, arrivando in alcuni casi a scongiurare addirittura dei break-down psicotici.
Il ritiro sociale è una forma di suicidio sociale proprio nel momento in cui dovresti nascere socialmente”.

“Oggi il compito dell’adulto autorevole non sta nel controllare, limitare, bocciare – azioni che esprimono solo angosce adulte – ma sta nel sostenere ragazzi fragili emotivamente che hanno nella delusione il loro tema.
Il compito oggi è educare al fallimento che è molto diverso dal mortificare. Quando sento dire che per educare al fallimento boccio un ragazzo o lo limito togliendogli il telefono rispondo che così non funziona: educare al fallimento è una vicenda complessa che implica la capacità di tollerare il fallimento dei genitori stessi. Si dovrebbe costruire una alleanza tra scuola e famiglia ripensando la relazione con i propri adolescenti che non sono più i soggetti edipici di un tempo e quindi vivono lo sguardo di ritorno dell’adulto dandogli molta importanza: gli insegnanti possono creare delle condizioni molto importanti per la crescita anche se spesso non ne sono consapevoli. Oggi sta anzi tornando ad affermarsi l’idea che la vera autorevolezza del docente stia nel potere del voto e della bocciatura. Credo che si dovrebbe dire il contrario: dato che non si riesce ad essere autorevoli utilizzando la relazione educativa appassionata ci si difende dicendo che l’unico modo per educare i ragazzi è quello di bocciarli o valutarli negativamente. La valutazione è fondamentale ma non si identifica con i voti: le valutazioni più importanti non sono chiuse in un voto né in una bocciatura o in una promozione ma stanno nello sguardo di ritorno dell’adulto che ti spiega, in modo serio e rigoroso, quali sono i tuoi limiti, ti spiega chi sei tu, non chi sei tu rispetto al tuo compagno. Nel caso del bullo, ad esempio, si deve smettere di credere che i suoi attacchi siano rivolti verso il diverso: il bullo attacca il simile, ciò che di simile a sé vede nell’altro e che non tollera ossia la sua stessa fragilità. Sospendere un bullo da scuola non produce nulla di buono. Se non ci si prende carico del compito complesso di insegnargli a stare accanto alla propria fragilità, si manca il bersaglio.
L’adulto autorevole deve testimoniare anche il fallimento, perché questo fa parte della crescita, mettendosi accanto al dolore del figlio, senza pensare di doverlo cancellare ma condividendolo in uno spazio di ascolto: se il ragazzo trova questa apertura, sarà più difficile che compia gesti estremi o che abbia pensieri di morte. Non si deve avere il timore di dare un nome alle cose perché chiamare le cose per nome crea la condizione perché i ragazzi possano poi esprimersi”.

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