VALIDITA’ DEI MODELLI DI ADDICTION E FARMACI: TRE PUNTI DI VISTA

A partire da un contributo teorico del prof. Nancini, dell’Università della Sapienza, sulla validità dei modelli animali per lo studio delle dipendenze e per la sperimentazione farmacologica, le repliche del Dottor De Bernardis e di Luigi Stella, presidente nazionale SITD, consentono di farsi un’idea della discussione in atto sui farmaci specifici per le dipendenze da sostanze. Nancini sostiene la tesi di fondo di una sostanziale inefficacia del modello neurobiologico nello sviluppo di farmaci specifici per le dipendenze: “(…) alcuni autorevoli neuroscienziati avevano già sottolineato che la scoperta di farmaci utili nelle dipendenza attraverso l’uso di modelli sperimentali è più una eccezione che una regola e notavano come il modello neurobiologico che dagli inizi degli anni settanta domina il campo della tossicodipendenza, e cioè la trasmissione dopaminergica all’interno del sistema mesocorticolimbico di gratificazione, abbia completamente fallito nell’individuare molecole terapeuticamente valide. (…) In un tentativo di cogliere ciò che non funziona in questi modelli neurobiologici, si è notato come essi in ultima analisi si sono posti il compito di risolvere il dilemma se l’addiction dipenda dal “the animal in us” o dall’ “human in us” (1). La soluzione fornita è stata in favore della prima opzione ritenendo che per esposizione cronica alla droga le regioni sottocorticali comuni all’uomo e all’animale sfuggano al controllo delle strutture corticali che sono particolarmente sviluppate solo nell’uomo. Come ha tuttavia notato Serge Hamed, è necessario non attribuire la vulnerabilità alle droghe dei soggetti infraumani alla loro “natura inferiore”, ma piuttosto alla artificiosità delle situazioni sperimentali e alle condizioni in cui vivono. (…) Agli argomenti fortemente riduzionisti del modello neurologico si oppongono in linea di principio coloro che non ritengono che l’intensa ricerca sulle basi biologiche dei disturbi mentali possa fornire definitive spiegazioni riduzioniste di natura psicopatologica, in ciò distanziando di molto tali disturbi dai modelli di malattia analogamente riduzionisti che tanto successo stanno godendo nella moderna medicina; questi autori propongono invece un modello basato su reti i cui nodi sono costituiti da sintomi che assumono maggiore o minore importanza deterministica a seconda della natura del disturbo (13). È evidente la derivazione di tale modello dal bagaglio teorico delle intelligenze artificiali.
Più nel merito e in diretta risposta a quanto sostenuto nell’articolo della Volkow, v’è chi respinge il modello di malattia neurologica, proponendo a sua volta un modello cognitivo secondo il quale l’addiction sarebbe il risultato di un processo d’apprendimento all’interno del quale le modificazioni neurobiologiche testimonierebbero della neuroplasticità sottesa all’apprendimento (14)”.

Le repliche all’articolo di Nancini da parte di De Bernardis e di Stella criticano, in modo diverso, la tesi espressa dal collega riguardo la sostanziale inefficacia del modello neuro-biologico nello studio delle addiction. De Bernardis scrive che “Se è vero che il comportamento umano è più complesso di un automatismo dell’asse mesocorticale-mesolimbico, è anche vero (per ciò che vedo in ambulatorio e che leggo) che gli esempi di fallimento dei farmaci ricavati dalla preclinica dipendono dalla definizione di fallimento.
Se siamo in cerca di un proiettile magico che risolva la patologia sui grandi numeri, supportato da investimenti che possono avere un ritorno economico, e pertanto che sia di interesse per le agenzie regulatorie, allora non ci siamo, vero.
Se riconosciamo invece come utili i farmaci che possono aiutare il paziente a riprendere il controllo, con effetto su sottogruppi di responder, che probabilmente non siamo ancora capaci di riconoscere, anche perché oggettivamente non vi è un investimento per fare studi di ampiezza sufficiente, allora perlomeno alcuni degli esempi citati decadono”.

Stella esprime accordo con Nancini nel ritenere poco efficace il  modello di dipendenza da sostanze nella ricerca di nuove soluzioni farmacoterapeutiche: “Ci troviamo dunque di fronte ad una evidente stasi nello sviluppo di nuovi farmaci attivi nel trattamento dell’addiction, in stridente contrasto con quanto avviene nei più diversi campi delle malattie organiche dove appare ben lontano l’esaurirsi delle potenzialità d’offerta di nuove soluzioni farmacoterapeutiche.
Credo che non ci si possa meravigliare che vi sia chi comincia a mettere in dubbio la capacità del modello di addiction come brain disease di fornire efficaci ipotesi di sviluppo di nuove molecole terapeuticamente efficaci”.

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