ADDICTION FRA BDMA E RICERCA DEL SENSO

Intervenendo in una discussione sul BDMA (Brain Disease Model of Addiction) ospitata dalla rivista “Dal Fare al Dire”, lo psichiatra Emanuele Bignamini propone alcune interessanti considerazioni. Bignamini riprende alcuni argomenti degli interventi precedenti, che sottolineavano come il BDMA, se assunto come “modello”, vada “corretto” tenendo in debito conto le condizioni sociali, ambientali, relazionali. I cambiamenti neurologici che si registrano nel cervello in conseguenza dell’azione farmacologica delle sostanze non possono, per quanto importanti, fungere da esclusivo quadro di riferimento per comprendere le addiction che sono, prima di tutto, un “costrutto sociale”.

Nelle conclusioni, Bignamini afferma che l’addiction non va considerata una malattia, perché a differenza di essa, l’addiction assume senso principalmente come una domanda/risposta sulla sofferenza/fine come condizioni intrinseche alla vita. Più precisamente, l’addiction viene definita come “(…) una domanda/risposta ai fini evolutivi fondamentali, cioè sulla sopravvivenza e sul senso della morte, che è inaccettabile per organismi progettati e spinti verso la vita, l’espansione e la replicazione”.

Spiegando perché, a suo avviso, l’addiction sia un “costrutto sociale”, Bignamini scive che: “(…) l’addiction si dà dove c’è uno scarto tra la risposta alla domanda sulla vita e sulla morte che viene condivisa collettivamente e la risposta ricercata e perseguita dal singolo. Laddove socialmente l’uso di droghe è regolato, culturalizzato e l’individuo sta in quelle regole, l’uso di droghe non dà luogo al riconoscimento di un’addiction (si veda l’uso dell’alcol in Italia, o del Qat in Yemen, ad esempio). Se si tratta di droghe non accettate o non regolate socialmente, o se il singolo utilizza droghe al di fuori delle regole del gruppo, viene riconosciuta una violazione che, a seconda della cultura sociale, può essere punita oppure medicalizzata (…) Chiarito questo, il modello dell’addiction come malattia del cervello, il BDMA, deve essere ricondotto in una corretta prospettiva. Le correlazioni neurobiologiche evidenziate con il brain imaging non sono cause ma effetti (…)”.

Emanuele Bignamini, BDMA. Cervello, malattia, modello, Dal Fare al Dire, n. 2, 2019, pp. 8-15.

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