INVECCHIARE “NORMALMENTE” CON L’HIV: un traguardo vicino e possibile

hiv (1)A distanza di oltre trent’anni dall’isolamento del virus responsabile dell’Aids la nuova sfida è quella della “long life”, legata all’invecchiamento della popolazione con Hiv. Su questa si stanno concentrando la comunità scientifica e le associazioni di pazienti.
«La sensazione di aver vinto la partita contro l’Hiv è quanto mai pericolosa». Ciò detto, insieme con Massimo Andreoni, direttore delle Malattie infettive e day hospital del Dipartimento di Medicina al Policlinico Tor Vergata di Roma, è innegabile che oggi le persone con Hiv non siano più “condannate a morte” come sarebbero state trent’anni fa e, grazie alla ricerca scientifica, vivono più a lungo. Proprio per questo, però, hanno più possibilità di sviluppare malattie che non sono legate solo all’infezione, ma anche all’invecchiamento, allo stile di vita e alle necessarie terapie antiretrovirali.

«Queste comorbidità – conferma Andreoni in un incontro a Roma mercoledì 1 marzo – nei sieropositivi si manifestano prima rispetto al corrispondente sieronegativo di pari età. Un aumentato rischio cardiovascolare e un generale, più celere, processo di invecchiamento: oggi sono queste le principali direttrici dell’evoluzione dell’approccio al trattamento e alla gestione dell’Hiv con una visione sempre più polispecialistica».

Si stima che oggi in Italia vi siano circa 140 mila persone con Hiv, un quarto delle quali ignora di aver contratto il virus. E nel 2015 le nuove diagnosi sono state 3.444. Il prolungamento della sopravvivenza, la soppressione virologica e la prevenzione della trasmissione dell’infezione rimangono obiettivi fondamentali nel trattamento dell’Hiv, ma oggi più che mai è necessario prestare maggior attenzione alla salute globale del paziente. In questo senso uno strumento utile è rappresentato dai Patient Reported Outcomes su cui proprio il 2 marzo si è aperto un convegno nella Capitale.

D’altronde, il mondo dell’Hiv sta vivendo una fase caratterizzata da una visione globale e a lungo termine della salute della persona con Hiv, anche grazie alla recente introduzione di importanti novità terapeutiche. Come, per esempio, l’arrivo in Italia della prima terapia a base di TAF, per il trattamento di adulti e adolescenti infetti da virus dell’immunodeficienza umana 1 (Hiv-1), contenente elvitegravir, cobicistat, emtricitabina e tenofovir alafenamide. «È un importante rinnovamento nella classe degli inibitori nucleosidici/nucleotidici della trascrittasi inversa, la classe “storica” per eccellenza in terapia antiretrovirale» assicura Andrea Antinori, direttore dell’Unità Immunodeficienze virali dello Spallanzani di Roma. «L’arrivo del tenofovir alafenamide (TAF), nuovo pro-farmaco di tenofovir, comporta una superiore concentrazione intracellulare e più bassa concentrazione extracellulare – precisa – con una conseguente significativa riduzione delle principali tossicità d’organo legate alla esposizione a TDF. Eguale efficacia virologica, minore tossicità e quindi superiore efficacia clinica per TAF rispetto a TDF. Un significativo passo in avanti per terapie più tollerabili, più facili da assumere, più efficaci e durature in una logica di esposizione alla terapia long-life».

«È dimostrato – conferma Antonella Cingolani, co-chair dell’incontro, dirigente medico e ricercatore all’Università Cattolica e Policlinico Gemelli – che sintomi riportati dai pazienti siano più strettamente correlati con misure di qualità della vita rispetto a quanto riportato dal medico. Inoltre più elevati livelli di sintomatologia riportati dai pazienti o dubbi riguardo a possibili effetti collaterali sono associati a più bassi livelli di aderenza alla terapia e quindi a un rischio aumentato di fallimento terapeutico e di progressione della malattia e a un rischio aumentato di interruzione del rapporto di fiducia con il proprio medico curante».

Tuttavia, come osserva Giulio Maria Corbelli, vicepresidente di Plus Onlus, ancora oggi le condizioni sociali delle persone con Hiv «sono per molti aspetti rimaste quelle di venti anni fa. Il timore di essere rifiutati, discriminati e trattati diversamente costringe tante persone a vivere nell’ombra. E questo ha conseguenze inevitabili in termini di accesso al test e alle terapie. Abbiamo bisogno di interventi che affrontino la complessità del benessere delle persone con Hiv – conclude Corbelli – cercando di smantellare il muro di sospetto che le tiene separate da chi si considera sieronegativo».

Questa voce è stata pubblicata in HIV/AIDS, SALUTE. Contrassegna il permalink.